Olivia Rodrigo e il caso babydoll, tra critica e rilettura della femminilità

Negli ultimi giorni stiamo assistendo a un acceso dibattito online attorno al babydoll sfoggiato da Olivia Rodrigo. Sabato a Barcellona, infatti, la cantante si è esibita allo Spotify Billions Club con un top a maniche a sbuffo firmato Generation78, riccamente decorato e indossato senza pantaloni. Il look è stato completato da un paio di stivali Dr. Martens al ginocchio, ma l’allure complessiva rimandava chiaramente all’estetica babydoll. Lo stesso immaginario ricorre anche nel video della canzone “Drop Dead” e in diversi servizi fotografici realizzati in vista del nuovo album, intitolato you seem pretty sad for a girl so in love.

Molti commenti online criticano questa scelta estetica, sostenendo che il babydoll – per chi non lo collocasse, un abito molto corto, spesso associato all’immaginario delle bambole o dell’infanzia, caratterizzato da colori pastello, pizzi e maniche a sbuffo – possa risultare infantilizzante o contribuire a una sessualizzazione ambigua di un’estetica percepita come “bambinesca” e quindi intrinsecamente ingenua. Non è insolito che le popstar costruiscano un’intera era discografica attorno a un immaginario visivo distintivo, soprattutto quando intriso di nostalgia.

Tuttavia, nel caso di Rodrigo, questa silhouette ha attirato critiche che parlano di “infantilizzazione” o di una messa in scena regressiva della propria immagine. In realtà, l’abito babydoll non è affatto una novità e Olivia Rodrigo non è certo l’unica artista ad averlo adottato. Ripercorrendone la storia, l’abito è nato nel 1942 negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale come risposta alla carenza di tessuti. Questo taglio si diffonde poi tra la fine degli anni ’50 e i ’60 grazie a icone come Brigitte Bardot, Twiggy e Jane Birkin (nel video di “drop dead”, Rodrigo ha indossato proprio un abito da festa appartenuto a Birkin.) Anche Cristóbal Balenciaga, nel 1958, dedicò una collezione di alta moda a questa silhouette.

Negli anni ’90 l’abito torna in auge, indossato da figure come Courtney Love e Kim Gordon. Sono proprio queste icone grunge e riot grrrl a rappresentare una delle principali fonti di ispirazione per Rodrigo. Come lei stessa ha dichiarato in un’intervista: “Adoro davvero l’idea dell’abito babydoll. Ricordo quando ero più giovane e vedevo foto di Courtney Love e Kat Bjelland, di tutte queste band punk riot grrrl, con i loro abiti babydoll, indossati con totale sicurezza.” Le referenze a cui attinge sono quindi esplicite e coerenti, e permettono di leggere il babydoll non come semplice estetica infantile, ma come dispositivo culturale stratificato. Alla sua base, infatti, l’abito babydoll nasce come gesto di rottura. Alla sua introduzione, si oppone all’estetica iper-femminilizzata degli anni ’50, dominata da vite strette e gonne strutturate come nel New Look di Christian Dior. Negli anni ’90, poi, assume un significato ancora più sovversivo: artiste come Gordon e Love lo utilizzano per creare un contrasto tra la durezza della loro musica e una femminilità dichiarata e non addomesticata. In questo senso, queste donne mettono in discussione l’idea che la femminilità esplicita debba essere necessariamente filtrata dallo sguardo maschile.

Rodrigo si inserisce quindi in questa tradizione con un approccio più giocoso e ironico. Con l’aiuto delle stylist Chloe e Chenelle Delgadillo, la sua nuova era alterna abiti babydoll firmati Betsey Johnson o vintage Miu Miu a stivali militari vissuti o Mary Jane vertiginose, costruendo un immaginario volutamente contraddittorio. Vale anche la pena notare come questo tipo di estetica venga spesso percepito in modo diverso a seconda dei contesti culturali: ciò che in Occidente può essere letto come infantilizzante o problematico, in altre culture – come in parte dell’estetica kawaii asiatica – rientra invece in un linguaggio visivo normalizzato, legato alla dolcezza e alla costruzione identitaria senza necessariamente implicazioni negative.

In definitiva, al di là delle critiche, Rodrigo si inserisce in una lunga linea di artiste che hanno utilizzato il babydoll come simbolo di ambivalenza e, spesso, di ribellione. Più che un’adesione ingenua a un’estetica “naïf”, il suo è un gioco di citazioni consapevoli. E, come spesso accade con le popstar, l’estetica diventa uno strumento narrativo: può essere provocatoria, irriverente o stratificata, ma funziona davvero solo se coerente con l’identità musicale che la sostiene.


[📷 Instagram: oliviarodrigo]

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