Le città di pianura, uscito nel 2025 e diretto da Francesco Sossai, racconta l’incontro tra due figure rocambolesche e malinconiche – uomini che agli occhi dei più appaiono ai margini della società, estranei alle traiettorie convenzionali di lavoro, carriera e famiglia – e un giovane studente veneziano conosciuto nel corso di una notte che sembra non voler finire mai.
Carlobianchi e Doriano vivono inseguendo il “bicchiere della staffa”, l’ultimo drink prima del ritorno a casa, mentre attendono l’arrivo del loro vecchio amico Genio, emigrato in Argentina dopo la crisi del 2008. Durante una lunga deriva notturna decidono di partire verso Venezia, e lungo il cammino incontrano Giulio, timido studente di architettura segretamente innamorato di una ragazza del suo gruppo. Da quel momento, quasi senza accorgersene, i due uomini finiscono per adottarlo, trascinandolo dentro il loro universo fatto di strade provinciali, bevute interminabili, deviazioni improvvise e memorie che riaffiorano dal passato.
La struttura è quella di un classico bildungsroman, in cui il -o i, in realtà – protagonisti, così come lo spettatore stesso, acquisiscono gradualmente una coscienza più profonda di sé, delle proprie fragilità e dei propri desideri. Giulio, inizialmente insofferente e distante, si lascia lentamente attraversare da questa umanità sgangherata; ma al tempo stesso anche Carlobianchi e Doriano si rivelano poco a poco, mostrando sotto la superficie ironica e alcolica una malinconia tenerissima, disarmante nella loro schiettezza.
La pianura veneta diventa allora un palcoscenico sospeso, luogo di mistero e di fantasmi del passato, fatto di ville decadenti e nobiltà dimenticate – memorabile l’incontro con il proprietario della villa che li scambia per geometri, episodio insieme comico e sottilmente amaro – ma anche spazio di frattura, dove affiorano tutte le crepe di un’Italia schiacciata dalla crisi economica e dalla dissoluzione delle sue comunità. Fabbriche chiuse, bar storici abbandonati, paesi che resistono a fatica all’intemperie del cosiddetto progresso: tutto nel film sembra parlare di un mondo che lentamente si consuma.
E Carlobianchi e Doriano appartengono pienamente a questo paesaggio umano, eroi sgangherati che resistono alle convenzioni contemporanee. Un tempo, insieme a Genio, lavoravano in una fabbrica di occhiali, arrivando a costruire un lucroso traffico clandestino vendendo gli scarti della produzione. Poi il crollo: Genio fugge in Argentina, gli altri dissipano il denaro, e restano intrappolati in una provincia che sembra vivere fuori dal tempo. I loro viaggi continui, gli ultimi bicchieri consumati uno dopo l’altro, le strade percorse senza una vera meta, assumono allora il senso di una fuga perpetua, ma anche di una nostalgica ricerca della giovinezza, di un tempo remoto in cui tutto appariva ancora possibile.
Emblematico è proprio il ritorno di Genio, emigrato lontano per salvarsi e costretto infine a scoprire che il suo tesoro nascosto, sepolto anni prima nella campagna veneta, è andato perduto sotto un cantiere incompiuto. È un’immagine potentissima: il passato cancellato dal fallimento, i sogni sommersi da una modernità rimasta essa stessa incompiuta.
Eppure il film custodisce uno sguardo sorprendentemente luminoso sui suoi personaggi. Carlobianchi e Doriano sono uomini arresi, questo è vero: non combattono davvero contro la realtà, non cercano alcuna redenzione. Ma possiedono una qualità rarissima, forse l’unica che conta davvero: la capacità di soffermarsi sulla bellezza. Un gelato condiviso, un pranzo improvvisato, un ultimo bicchiere bevuto insieme, l’entusiasmo amoroso di un ragazzo giovane che sente ancora il mondo spalancato davanti a sé: sono queste le cose che continuano a spingerli verso una delicata contentezza. E proprio in questa attenzione ostinata per il dettaglio umano riescono a sottrarsi allo squallore che li circonda.
La provincia, allora, smette di essere soltanto un luogo geografico marginale e diventa l’Italia intera. Perché l’Italia non è fatta solo di grandi città, grandi aziende, grandi centri; è fatta soprattutto di margini, di paesi, di umanità minime e silenziose. Che sia in Veneto, in Calabria o in Molise, la provincia resta il luogo dell’umanità più fragile e proprio per questo più autentica. Ed è un’umanità che merita di essere raccontata. Così come merita di essere raccontata la vita stessa, nella sua fragile ostinazione, fatta di cose piccole, e per questo immense.
È forse questo che il film suggerisce: che anche dentro una realtà segnata dalla sconfitta e dalla disillusione, il senso della nostra esistenza sta nelle piccole cose, nella verità degli incontri, nella gratitudine per l’affetto trovato e per una giovinezza vissuta fino in fondo, nello sguardo dolce e pieno di fiducia che custodisce chi ha “fallito”, guardando ad un giovane che vuole trovare il coraggio di cominciare.
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