La Haute Couture di Chanel e Dior: il nuovo lusso passa dalla natura

Chanel e Dior hanno sfilato nei giorni scorsi per l’Haute Couture. Matthieu Blazy e Jonathan Anderson, due tra i direttori creativi più influenti della moda contemporanea, hanno presentato collezioni di straordinaria raffinatezza, nelle quali la ricerca creativa si è intrecciata a un savoir-faire di altissimo livello. Due maison profondamente diverse per storia, spirito ed estetica, che continuano a esprimere identità ben distinte.

Proprio per questo sorprende osservare come, soprattutto negli accessori, emerga un’affinità inattesa. È curioso che due dei designer più influenti del panorama contemporaneo sembrino aver guardato allo stesso immaginario. La natura, certo, non è un riferimento inedito. Matrice sacra di ogni forma di vita, origine di ogni sistema simbolico, è il luogo a cui l’arte torna ciclicamente quando cerca un lessico capace di oltrepassare il contingente. Ciò che colpisce, tuttavia, non è l’ispirazione in sé, ma la prossimità del linguaggio attraverso cui viene restituita. Foglie, spighe, corolle, rami: elementi organici che cessano di essere semplici citazioni botaniche per trasformarsi in oggetti-scultura, in presenze dal decoratissimo realistico e fatato, sospese tra reliquia e ornamento.

Forse questa convergenza racconta qualcosa che va oltre le singole collezioni. Accade da sempre infatti che autori molto diversi, quando abitano lo stesso tempo, finiscano per intercettare le medesime tensioni culturali: più che influenzarsi a vicenda, sembrano rispondere alle stesse domande, o agli stessi sottintesi, del proprio momento storico. È difficile non leggere, in questo ritorno all’organico, il desiderio di ricostruire un rapporto con la materia in un momento storico in cui tutto appare sempre più immateriale, accelerato, replicabile. Non tanto una nostalgia della natura, quanto la ricerca di un principio di permanenza, di una forma di purezza sacra, bella nella sua eternità. Perché la natura, prima ancora di essere paesaggio, è tempo: crescita, sedimentazione, trasformazione, rinascita. Tutto ciò che il lusso, se ci pensiamo, nella sua forma più alta, ha sempre cercato di custodire. E riflettendo su questo elemento mi viene da dire che non è forse un caso che questa riflessione si concentri proprio sugli accessori. Se l’abito continua a confrontarsi con il corpo e con la funzione, l’accessorio è il luogo in cui la couture può concedersi l’eccesso, il simbolo, perfino l’inutile: è qui che il lusso si libera definitivamente dalla necessità e torna a essere costruzione di immaginari. L’eccentricità non appare allora come semplice stravaganza, ma come un gesto di allontanamento dal reale, una forma di escapismo che non rifiuta il presente, quanto piuttosto tenta di trascenderlo.

In questo senso, quei gioielli vegetali, quelle borse gioiello a forma di corolla scolpiti in metalli preziosi, quei tacchi che richiamano bacilli di verdura e spighe dorate, non sembrano parlare soltanto della natura, ma di un’idea di lusso che oggi cerca sempre meno la dimostrazione della ricchezza e sempre più la costruzione di un altrove. Un lusso che non si misura nella rarità dell’oggetto, ma nella capacità di evocare un mondo, un archetipo, un’origine universale e vera. E forse è proprio questa la forma più contemporanea dell’Haute Couture: non rappresentare la realtà, ma offrirle, almeno per un istante, una possibilità di fuga, verso un meridiano diverso, che ci precede e anticipa tutti.


[📷 Courtesy of Chanel; dior.com]

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