Un carosello del New York Times ha recentemente portato alla luce, attraverso una serie di fotografie scattate per le strade di New York, un fenomeno sempre più riconoscibile: passanti con due iPhone in mano, accompagnati da una scritta in evidenza che sembra quasi una provocazione: “il nuovo accessorio imprescindibile sarebbe… possedere due telefoni”. Al di là dei commenti sotto al post, di tono chiaramente ironico (tra quelli che mi hanno fatto sorridere di più: “forse è arrivato il momento di toccare un po’ d’erba” e un altro ancora più diretto, “no, vorrei semplicemente un’assicurazione sanitaria”), le immagini raccontano comunque una realtà sempre più diffusa.
Oggi, infatti, è sempre più comune la coesistenza di due dispositivi: uno dedicato alla vita privata e uno al lavoro. Messaggi personali, organizzazione del tempo libero e della quotidianità da una parte; email, call su Google Meet e fogli Excel e attività professionali dall’altra. Due ecosistemi digitali separati che scandiscono e, allo stesso tempo, si sovrappongono nelle nostre giornate. La separazione tra vita privata e vita lavorativa è diventata uno dei temi centrali del presente, spesso anche fonte di tensione quando i confini tra i due mondi diventano porosi. Ma ciò che il New York Times mette in luce non è soltanto il proliferare dei dispositivi. Interessante è piuttosto il cambiamento di paradigma: dopo anni di progressiva miniaturizzazione e di fusione delle funzioni in un unico device multifunzione, sembra emergere una nuova tendenza alla separazione. Gli schermi sono più grandi, gli accessori più ingombranti e, soprattutto, non è più raro trovarsi con due o addirittura tre telefoni a portata di mano.
Può sembrare controintuitivo, ma molti di coloro che scelgono questa configurazione la considerano una soluzione più sana: un modo per definire confini più netti tra lavoro e vita privata. Tuttavia, la vita “multiphone” comporta anche una conseguenza molto concreta e meno teorica: la necessità di portare fisicamente con sé tutti quei dispositivi. E ognuno, a modo suo, si ingegna per gestirla. Dalle soluzioni impilate alle tasche sovraccariche, fino agli accessori pensati ad hoc, la quotidianità urbana si adatta a questa nuova forma di doppia (o tripla) identità digitale. Questa ritrovata materialità ha quindi, come spesso accade, anche un suo paradigma estetico. Dopo anni di sottrazione, invisibilità e ottimizzazione tecnologica – dispositivi sempre più sottili, minimal, che puntavano alla massima efficienza in forme più piccole possibili – sembra riaffermarsi una tendenza opposta: oggetti più grandi, schermi più estesi, accessori e gadget di base inutili molto più presenti e irriverenti, in una sorta di “maxxing” generale della tecnologia e dell’esperienza digitale.
È un movimento che non riguarda solo la funzione o l’idea di status (ricordiamo ovviamente che sono tutti accessori e apparecchi legati ad un certo benessere economico, anche questo discorso si può collocare all’interno di un paradigma del consumismo in cui più si mostra, più si appartiene ad una certa classe sociale) ma anche la forma e la sua percezione. E come ogni oscillazione estetica e culturale, raramente procede in linea retta: i trend si muovono per onde, alternando accumulo e sottrazione, esuberanza e riduzione. In questo senso, il ritorno del “doppio telefono” non è forse un punto d’arrivo, ma una fase intermedia. Se oggi assistiamo a una nuova enfasi sulla separazione e sulla moltiplicazione dei dispositivi, è plausibile immaginare che il ciclo possa nuovamente invertirsi, riportando in primo piano una forma di minimalismo tecnologico, magari più consapevole, meno ingenuo di quello precedente.
Tra questi due poli, ciò che cambia davvero non è solo il numero degli oggetti che portiamo con noi, ma il modo in cui scegliamo di abitare il digitale: tra controllo e sovraccarico, sintesi e proliferazione, in una continua riflessione anche identitaria su quanto la tecnologia dica di noi.