Da Louis Vuitton a Spielberg, la “Space Age 2.0” parla del presente più che del futuro

Per capire perché lo spazio sia tornato a occupare un posto nell’immaginario bisogna forse smettere, almeno per un momento, di guardare alle tendenze e tornare a quando lo spazio non era ancora un’estetica ma una promessa. Negli anni ’60 la Luna rappresentava qualcosa di molto più grande di una destinazione: era la prova concreta che il futuro poteva essere costruito davanti agli occhi di tutti, attraverso la scienza, la tecnologia e una fiducia collettiva nella possibilità di superare i limiti conosciuti. Oggi quella stessa immagine ritorna, ma in una versione profondamente diversa, non nostalgica ma consapevole.

È difficile non pensare alla Space Age osservando ad esempio la campagna di Louis Vuitton per l’autunno 2026, nella quale Pharrell Williams porta la collezione menswear dentro un centro spaziale, tra rampe di lancio, laboratori rétro, modelli della Luna e atmosfere che sembrano uscite da un film di fantascienza. Il riferimento a The Right Stuff, il film di Philip Kaufman dedicato ai piloti destinati a diventare i primi astronauti americani, non è casuale infatti.

Ma la campagna di Vuitton arriva in un momento nel quale lo spazio sembra essere tornato ovunque. Al cinema pochi mesi fa è uscito Disclosure Day di Steven Spielberg, un film che riporta al centro uno dei temi fondativi della fantascienza americana, quello del contatto con una forma di vita extraterrestre, ma lo fa spostando l’attenzione dalla spettacolarità dell’invasione alla possibilità di accettare qualcosa che non conosciamo. È significativo che il nuovo Spielberg arrivi proprio adesso e dimostra come la fantascienza non sembra più interessata soltanto a immaginare che cosa ci aspetti oltre la Terra, ma a interrogarsi su come reagiremmo noi, esseri umani del presente, davanti a qualcosa capace di mettere in discussione la nostra realtà.

Quello che sta tornando, quindi, non è semplicemente la moda dello spazio, ma una “Space Age 2.0”, nella quale il riferimento allo spazio funziona contemporaneamente come nostalgia, fuga e riflessione sul presente.

Ma facciamo un passo indietro alle origini della cosiddetta Space Age: nasce all’inizio degli anni ’60, nel pieno della competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica per la conquista dello spazio. Il lancio dello Sputnik nel 1957 aveva trasformato il cielo in un nuovo territorio, mentre pochi anni dopo le missioni Mercury e Apollo avrebbero reso gli astronauti figure paragonabili a star. Quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin arrivarono sulla Luna nel luglio del 1969, circa 600 milioni di persone seguirono l’evento, trasformando l’impresa spaziale in uno dei più grandi spettacoli della storia contemporanea.

La moda aveva iniziato a immaginare quel futuro ancora prima che l’uomo arrivasse sulla Luna. André Courrèges, Pierre Cardin e Paco Rabanne furono tra i designer che trasformarono l’idea dell’astronauta in un ideale estetico, fatto di silhouette geometriche, materiali sintetici, superfici metalliche, stivali, caschi, visiere e proporzioni che sembravano appartenere più a un mondo ancora da costruire che alla Parigi nella quale quelle collezioni venivano presentate. Courrèges, in particolare, aveva iniziato a sviluppare il proprio linguaggio Space Age già dal 1964, mentre Cardin avrebbe portato questo immaginario sulle passerelle fino a costruire una vera e propria idea di guardaroba del futuro. La moda, come sempre, voleva vestire il futuro, e quel linguaggio in quel tempo era il più comprensibile di tutti.

Le silhouette diventavano più corte, più grafiche e più funzionali, mentre i materiali artificiali come nylon, vinile e in generale tessuti sintetici, sembravano promettere una nuova relazione tra il corpo e la tecnologia. Non è un caso, dunque, che la Space Age coincida con gli anni della minigonna, della cultura Mod, della crescente centralità dei giovani e di una società occidentale che stava iniziando a mettere in discussione molte delle regole ereditate dal decennio precedente. La fantascienza, la moda e il design riuscivano a tenere insieme il desiderio di progresso e la paura di ciò che il progresso avrebbe potuto produrre.

Per questo, a distanza di decenni, la Space Age continua a funzionare così bene e si evolve non tanto per i progressi scientifici e tecnologici quanto per il nostro modi di rapportarci ad essi. Per la generazione che guardava le missioni Apollo, il 2000 era un futuro lontano nel quale le persone avrebbero potuto vivere in città utipoche automatizzate, viaggiare nello spazio e persino abitare altri pianeti. Molte di quelle previsioni non si sono avverate, e il futuro che ci era stato promesso ha assunto un aspetto molto meno spettacolare. Il futuro reale è arrivato sotto forma di smartphone, algoritmi e intelligenza artificiale, non di tute argentate e automobili volanti.

La Space Age appartiene a un periodo nel quale la tecnologia era una speranza, la conquista della Luna un evento seguito contemporaneamente da milioni di persone. Oggi il rapporto con la tecnologia è molto più frammentato e nonostante siamo costantemente connessi, raramente condividiamo la stessa idea di futuro.

La nuova Space Age, dunque, non è una riproposizione del passato o di stili come quello di Courrèges, Cardin o Rabanne. Non è necessario che tornino letteralmente gli stivali bianchi, i caschi trasparenti e le superfici argentate perché lo spazio sia nuovamente presente. Il suo ritorno passa piuttosto attraverso la tecnologia, la funzionalità, le silhouette, le superfici tecniche e soprattutto attraverso la costruzione di un immaginario meno “ingenuo” di quello originale, ma forse proprio per questo più interessante. Non crede che nel 2026 vivremo sulla Luna, ma continua a usare la Luna per raccontare il desiderio di andare altrove. Non promette un futuro migliore, ma ci ricorda quanto abbiamo bisogno di immaginarne uno.

[📸 Instagram: louisvuitton e pharrell]

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