Disclosure Day: e se la verità sugli alieni ci rendesse più umani?

Gli alieni di Spielberg sono tornati ma sono molto più umani di quanto pensiamo. Disclosure Day era uno dei film più attesi dell’anno e chi ha partecipato all’anteprima, almeno a Milano, se n’è accorto subito. L’affluenza era quella delle grandi occasioni, a dimostrazione concreta di quanto il ritorno di Steven Spielberg dietro la macchina da presa dopo quattro anni di assenza fosse atteso. Del resto quando il regista torna a confrontarsi con i misteri del cosmo l’attenzione è inevitabile.

Il film si sviluppa attorno a una domanda tanto semplice quanto potente, che supera il classico interrogativo “Siamo soli nell’universo?” – che qui viene ormai dato per scontato – per raggiungere qualcosa di molto più destabilizzante: cosa accadrebbe se qualcuno ci dimostrasse che non siamo soli? Se la prova definitiva fosse davanti ai nostri occhi, quale sarebbe la nostra reazione? Curiosità e meraviglia oppure paura e disastro?

In questo senso Disclosure Day è un thriller che si ricollega idealmente a una delle grandi ossessioni artistiche del regista, quella per i “grandi ignoti del cosmo”. Un interesse che affonda le sue radici nell’infanzia e nel rapporto con il padre, che lo introdusse sia alla fantascienza sia all’astronomia più rigorosa. È un fascino che attraversa gran parte della sua filmografia e che trova il suo punto più alto in Incontri ravvicinati del terzo tipo, opera che trasformava l’ignoto in una promessa di speranza.

Quasi cinquant’anni dopo, Spielberg torna su quelle stesse domande con uno sguardo diverso: se Incontri ravvicinati immaginava il contatto con l’ignoto come un’opportunità, Disclosure Day si concentra sulle conseguenze sociali, politiche e culturali che deriverebbero dalla scoperta della verità. Il risultato è un film che sembra funzionare come la conclusione ideale di un percorso iniziato decenni fa e che soprattutto non si limita a chiedersi se gli alieni esistano, ma che riflette sul significato stesso della conoscenza.

Nel cast spicca una straordinaria Emily Blunt, che offre un’interpretazione intensa e sfaccettata da Oscar, e che, come ha raccontato, ha rifiutato di utilizzare l’intelligenza artificiale per simulare la propria voce nelle sequenze in lingua aliena. Josh O’Connor conferma tutta la sua versatilità cimentandosi con un genere in cui non aveva ancora avuto modo di brillare fino in fondo, mentre Colin Firth è impeccabile nei panni dell’antagonista, credibile e inquietante senza mai cadere nella caricatura. Più eccentrico ma sorprendentemente efficace Colman Domingo, che costruisce un personaggio che riesce a conquistare immediatamente la fiducia degli altri protagonisti e allo stesso tempo dello spettatore.

Ma la vera forza di Disclosure Day risiede nel suo messaggio finale. In un mondo attraversato da tensioni geopolitiche sempre più preoccupanti, da un dibattito costante tra segretezza e trasparenza, democrazia e autoritarismo, scienza e fede, il regista immagina un evento talmente straordinario da costringerci a fermarci tutti nello stesso istante, durante lo stesso annuncio diffuso a livello globale. 

Non perché gli alieni siano il tema del film, ma perché rappresentano il pretesto per parlare di noi. Della nostra incapacità di ascoltarci, della velocità con cui scegliamo da che parte stare e della difficoltà crescente di riconoscere ciò che è vero da ciò che è falso. Disclosure Day ipotizza che solo qualcosa di immensamente più grande delle nostre divisioni possa spingerci a guardarci di nuovo come una comunità e non come fazioni contrapposte, ricordandoci che l’orrore non arriva necessariamente da ciò che è diverso e sconosciuto, ma spesso è già sotto i nostri occhi: lo vediamo ogni giorno nei conflitti, nelle disuguaglianze, nell’indifferenza verso la sofferenza altrui. Il vero interrogativo, allora, non è se siamo pronti a incontrare gli alieni, ma se siamo ancora capaci di riconoscere l’umanità negli altri esseri umani. Questo è il vero Disclosure Day.

[📸 © Universal Studios]

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