Nato ad Amsterdam nel 2007 da Lonneke Gordijn e Ralph Nauta, Studio DRIFT sviluppa una ricerca che intreccia arte, tecnologia e osservazione dei sistemi naturali. Le loro opere, spesso installazioni cinetiche e ambienti immersivi, prendono forma attraverso un dialogo costante tra ricerca scientifica, ingegneria e sensibilità visiva, traducendo dinamiche organiche in linguaggi tecnologici. Nel tempo, il lavoro dello studio ha contribuito a ridefinire alcune dicotomie ormai sempre meno nette – naturale e artificiale, umano e tecnologico, organico e meccanico – evitando tanto l’estetica celebrativa dell’innovazione quanto una lettura nostalgica della natura. Al centro della loro pratica c’è piuttosto l’idea di movimento come principio vitale e percettivo: qualcosa che riguarda tanto i sistemi biologici quanto quelli artificiali.
In questa intervista abbiamo parlato della nascita del progetto e del significato del nome DRIFT, del rapporto tra intuizione e ricerca, del ruolo del corpo nell’esperienza delle loro opere e delle possibilità future di convivenza tra natura e tecnologia.
Come è nato Studio DRIFT, e spinto da quale necessità?
Ci siamo conosciuti mentre studiavamo alla Design Academy Eindhoven e siamo stati subito attratti dai nostri interessi radicalmente diversi. Ralph è un grande appassionato di fantascienza, mentre Lonneke è affascinata dalla natura e dal mondo che ci circonda. Anche se questi universi sembrano molto distanti, ci siamo trovati accomunati dalla stessa curiosità: continuare a chiederci perché le cose siano come sono e come potrebbero essere diverse. È proprio da questa curiosità che tutto ha avuto inizio. Nel 2007 abbiamo fondato DRIFT come modo per esplorare insieme queste domande. Da allora realizziamo opere che mettono in relazione tecnologia e natura.

Le vostre opere sembrano tradurre fenomeni naturali in sistemi tecnologici: si tratta più di un atto di imitazione o di interpretazione? E come affrontate questa dicotomia, forse ormai superata, tra natura e tecnologia, organico e inorganico?
Nel nostro lavoro utilizziamo la tecnologia per riprodurre ciò che accade in natura: meccanismi evolutivi, schemi fondamentali per la sopravvivenza. Vogliamo catturare la sensazione generata dal movimento e mettere tecnologia e natura in dialogo tra loro.
Credete che le vostre opere possano cambiare il modo in cui percepiamo l’intelligenza artificiale nella vita quotidiana?
Attraverso il nostro lavoro cerchiamo di tradurre questi sistemi e meccanismi in qualcosa di più intuitivo, qualcosa che possa essere percepito emotivamente e fisicamente. Utilizzando pattern e comportamenti presenti in natura, creiamo esperienze che il corpo comprende in modo istintivo, rendendo qualcosa di complesso più vicino, più umano e più accessibile.

Per quanto riguarda il processo creativo, quanto del vostro lavoro nasce dall’intuizione e quanto da una ricerca scientifica strutturata? Dove cercate l’ispirazione? Troviamo ispirazione nella natura e successivamente osserviamo queste intuizioni attraverso una ricerca scientifica strutturata, per comprenderne i meccanismi e le logiche profonde.
Come decidete quando un progetto è “finito”, considerando che molti sistemi naturali sono in continua evoluzione?
Per noi un progetto non è mai davvero concluso: evolve insieme agli spazi che abita e continua a trasformarsi autonomamente. Le nostre opere sono site-specific. Un esempio è Shylight, una delle nostre creazioni più riconoscibili. L’opera ha attraversato molteplici iterazioni: le prime versioni erano realizzate con componenti per aspiratori industriali, prima di evolversi negli oggetti meccanici ingegnerizzati che sono oggi.

Vi considerate più artisti, designer o “mediatori” tra discipline diverse?
Ci consideriamo artisti, non designer. Collaboriamo spesso con professionisti provenienti da ambiti differenti -architetti, interior designer, musicisti, ingegneri – ed è proprio questo approccio multidisciplinare a definire il nucleo della nostra pratica. Il nostro lavoro è guidato dalla curiosità e dall’esplorazione.
Le vostre opere operano spesso su una scala immersiva: quanto conta il “corpo” dello spettatore rispetto alla mente, e quindi l’esperienza fisica dell’opera?
Oggi il termine “immersivo” è diventato quasi sinonimo di immagini spettacolari e suoni assordanti. Noi facciamo qualcosa di diverso. Luce e movimento sono il nostro linguaggio – ed è un linguaggio che il corpo comprende in maniera istintiva. Possono trasformare uno spazio, modificarne l’energia, farlo respirare e risuonare. Pensiamo che il modo migliore di vivere il nostro lavoro sia di persona, fisicamente, perché solo così si può percepire davvero ciò che cerchiamo di trasmettere attraverso la nostra arte: un senso di presenza, calma e riequilibrio.

Vi interessa controllare l’esperienza del pubblico o progettate deliberatamente un margine di ambiguità? Crediamo in momenti capaci di unire le persone e di renderle davvero presenti le une con le altre. È questo che cerchiamo di creare attraverso il nostro lavoro, quindi sì, riflettiamo sempre attentamente sull’esperienza del pubblico. Quest’anno apriremo il DRIFT Museum ad Amsterdam, riunendo per la prima volta tutte le nostre opere in un unico spazio. È un progetto da sogno verso cui lavoriamo da anni.

[📷 Courtesy of Studio Drift/ © Wendelien Daan; Dario Lasagni; Arjen van Eijk Xinix Films; Ossip van Duivenbode; Marco Borggreve]