Se da bambina mi avessero chiesto quale sarebbe stato il mio lavoro dei sogni, non avrei battuto ciglio nell’affermare una sola risposta: collezionare vestiti. Ecco, per molti, quel sogno non è solo diventato realtà, ma un vero e proprio lavoro con tutti gli annessi e connessi del caso. Una passione viscerale, un gusto che si sviluppa facendo ricerca, un incredibile fiuto nel saper individuare occasioni e non solo in termini economici, ma anche di rarità di un capo. Chi colleziona abiti e accessori, soprattutto di collezioni iconiche del passato, è una specie di Indiana Jones della moda, un avventuriero che riesce a barcamenarsi abilmente nel mondo della creatività, un occhio attento ma soprattutto provvisto di cultura, conoscenza, un occhio che sa riconoscere perfettamente il valore di un capo. Ed ecco che, da quella che potrebbe sembrare solo una passione personale, spesso prendono vita inaspettate opportunità professionali, perché mai come ora, gli archivi di moda sono diventati una delle poche ancore di salvezza in un mondo dettato dall’omologazione. Le celeb ce lo stanno insegnando da tempo: sul red carpet o in occasioni importanti, l’archivio è quello che fa la differenza.
E se un total look di John Galliano del 1995 indossato anche da Kim Kardashian ha raggiunto gli 80 milioni di dollari di valutazione all’asta, o un cappotto di Prada appartenuto a Carolyn Bessette è stato venduto per 192.000 dollari, dovremmo farci delle domande. Certo, i grandi brand continuano a produrre diverse collezioni all’anno, eppure spesso il fascino intorno a esse si esaurisce nell’arco di poco; il tempo di digerire l’hype post show. Sembra che ormai gli unici destinatari delle collezioni in sfilata siano i mega ricchi con grosse disponibilità economiche, meno gli intenditori. Ed è qui che entrano in gioco gli archivi: chi conosce la moda, chi desidera un capo più per il suo valore stilistico che puramente economico, preferisce indossare qualcosa che abbia una storia, qualcosa che sia iconico ma soprattutto non uguale a quello indossato da un altro centinaio di persone. Gli archivi, che sempre più spesso escono dagli armadi privati per tramutarsi in veri e propri pop-up store su appuntamento, sono consultati da designer e studenti, dagli appassionati, dagli stilisti e dai creativi in cerca di ispirazione, e anche da acquirenti che preferiscono l’unicità al lusso fine a se stesso. Non solo vendita e noleggio dunque, ma anche studio e ricerca. Ho personalmente chiacchierato con alcuni founder di alcuni degli archivi di moda più interessanti del momento; abbiamo parlato delle origini del loro lavoro, in che modo fanno ricerca e quali sono i capi che un giorno sognano di avere in archivio. Alcuni sono promotori di vere e proprie istituzioni consolidate nel tempo, come Mazzini o l’archivio di Enrico Quinto e Paolo Tinarelli; altri, sebbene più recenti, vantano già collezioni di tutto rispetto, con pezzi davvero unici. Alcuni hanno scelto di fare di questa passione un lavoro, altri restano ancora legati a una dimensione privata, sebbene accettino di prestare i loro capi per shooting editoriali. Alcuni, scelgono di destinare i loro capi alla vendita, altri solo al noleggio o allo studio da parte dei creativi. Ognuno di loro ha una storia diversa, ognuno un gusto specifico che si riversa anche nella selezione dei capi proposti; tutti sono accomunati da una passione che va ben oltre il semplice collezionismo o bisogno di possedere.
ARCHIVI MAZZINI by Attilio Mazzini
Vera e propria istituzione, Archivio Mazzini, fondato dalla mente geniale e visionaria di Attilio Mazzini, è molto più di una raccolta: è una vera “biblioteca della moda”, uno spazio vivo dove passato e presente dialogano, pensato per ispirare designer, studenti e creativi. «Non esiste una memoria assoluta, un solo modo di raccontare ed interpretare la storia ma varie prospettive dove noi siamo i narratori. L’archivio non è un semplice espositore di storia ma un luogo in continuo movimento dove gli oggetti prendono nuove vite attraverso la capacità di dall’osservatore/lettore di cogliere interpretazioni. Nel tempo siamo diventati luogo di frequentazione per scuole ed università ed è proprio a loro che con piacere ci rivolgiamo, a titolo completamente gratuito, per trasmettere l’importanza della ricerca come punto di partenza ispirazionale oltre che di patrimonio della memoria».
«La mole dei capi che ad oggi si avvicina o forse supera i 400.000 è sempre stata un limite nell’intraprendere il processo del digitale, ma per il futuro generazionale diviene ogni giorno sempre più indispensabile e ne stiamo prendendo consapevolezza, per cui speriamo entrerà a far parte dei progetti futuri». L’archivio è chiuso al pubblico e per questa ragione ci riserviamo uno o due eventi all’anno per le giornate open day. Il 22 novembre 2025 è stato presentato il nostro primo libro “I CODICI DELLA MODA” che illustra in maniera tecnica cosa rappresenta la ricerca negli Archivi Mazzini.
ENRICO QUINTO E PAOLO TINARELLI
Enrico Quinto e Paolo Tinarelli trasformano l’energia mondana degli anni ’80 in una visione imprenditoriale: dalle PR e dagli eventi nei locali iconici romani al lancio italiano di Jurassic Park, fino all’intuizione che cambierà tutto. Nel 1994 danno vita al Borghetto Flaminio, primo mercatino “garage sale” in stile americano in Italia, aprendo la strada al culto del vintage e al collezionismo diffuso.
Parallelamente, costruiscono uno degli archivi di moda più importanti in Italia: oltre 8000 pezzi che raccontano il Novecento e oltre, tra abiti, riviste e materiali rari.
«Io e Paolo abbiamo iniziato a collezionare abiti nel 1995. Siamo sempre stati affascinati dal design e dalle arti decorative, in particolare i vetri di Murano e la ceramica, e un certo punto abbiamo iniziato ad osservare anche gli abiti come oggetti da collezionare. Da quel momento in poi siamo entrati sempre più nel dettaglio e nella storia del costume. All’inizio ci seducevano i modelli più estremi degli anni ’60, abiti in plastica carta o metallo ma ben presto abbiamo esteso il nostro interesse agli ultimi due secoli spaziando tra i principali paesi occidentali. Abbiamo anche avuto la fortuna di conoscere numerose clienti di sartorie famose del passato e di avere incontrato vari creatori e giornaliste che ci hanno insegnato tanto. Collezionare significa studiare e approfondire incessantemente».
Con all’attivo due libri pubblicati, “Un secolo di moda” di Federico Motta (editore) e “Italian Glamour” di Skira, ad oggi la l’archivio di Enrico Quinto e Paolo Tinarelli collabora con istituzioni internazionali e musei di primo piano, come il Metropolitan Museum of Art di New York, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Palais Galliera a Parigi; in Italia, con la Fondazione Ratti, Il Museo Ferragamo, il MAXXI di Roma, seguendo curatori illuminati come Maria Luisa Frisa dello Iuav di Venezia, contribuendo alla legittimazione della moda come disciplina culturale. E mentre continuano la ricerca, resta un sogno: trovare un originale Mondrian di Yves Saint Laurent del 1965.
«Lavoro su un archivio costruito con una selezione molto personale. Non mi interessa accumulare, ma trovare pezzi che oggi abbiano ancora senso. Mi occupo di ricerca, acquisto e vendita, e faccio anche styling con i capi che colleziono. Mi piace indossarli: credo che un capo si capisca davvero solo quando prende vita. Tutto è iniziato perché nel nuovo facevo fatica a trovare qualcosa che mi rappresentasse davvero. Così ho iniziato a cercarlo altrove. Col tempo ho capito che avere occhio aiuta tanto. A volte ti porta anche a trovare cose inaspettate: una volta ho trovato un abito Dolce & Gabbana sotto casa, senza etichetta, a 50€, e solo dopo ho realizzato quanto potesse valere davvero».
«Tra i pezzi iconici che mi piacerebbe possedere un giorno, ultimamente spesso spesso a un abito Jean Paul Gaultier couture primi anni 2000, un Dior by Yves Saint Laurent fine anni ’50, un Givenchy by McQueen dei primi anni 2000, il corsetto Hermès FW 2004 by Gaultier e la giacca in pelliccia tigrata Dior by Galliano Haute Couture FW 1997. Sono tutti capi che, in modi diversi, mi colpiscono per la loro identità».
SIDE BY SIDE by Christina & Lydia
«Side by Side è un archivio dedicato all’abbigliamento vintage raro e da collezione, con un focus particolare sui pezzi da passerella di quello che consideriamo uno dei periodi più interessanti della moda — indicativamente dalla metà degli anni ’90 alla fine dei 2000. Quello che amiamo di quell’epoca è il modo in cui le idee avevano spazio per svilupparsi davvero. Si percepisce nei capi: hanno più profondità, più variazioni e una personalità molto più definita. Con gli atelier ancora strettamente legati alle maison, il risultato finale conserva qualcosa di diretto e vivo. Ci affascina proprio questa ampiezza di espressione».
«Per entrambe è tutto iniziato in modo molto organico. Più esploravamo la moda, più ci rendevamo conto di quanto risuonasse profondamente con noi. Quando ci siamo trasferite per studiare, abbiamo iniziato naturalmente ad avvicinarci a capi provenienti da un passato pre-globalizzazione. All’inizio era l’antidoto perfetto al fast fashion, ma presto è diventato qualcosa di molto più consapevole e quasi compulsivo. Sentivamo il bisogno di andare più a fondo, cercando design realmente sviluppati — pezzi pensati, costruiti con intenzione, e materiali realizzati con cura. L’apertura del nostro primo negozio a Berlino ha affinato ancora di più questo istinto. Nei sei anni in cui lo abbiamo gestito, abbiamo sviluppato un occhio per i pezzi da passerella più rari e ricercati, ed è così che la collezione è cresciuta davvero. Il nostro showroom è il risultato di questo processo: custodisce l’archivio costruito in quei sei anni e, per la prima volta, è ora visibile su appuntamento a Berlin Mitte».
«Quali sono le nostre ossessioni fashion? Beh, tra i pezzi di Prada che continuiamo a inseguire ci sono quelli della FW 2002 — in particolare gli abiti e le gonne nere plissettate con sottili bande in pelle sul corpo, i capi aperti decorati con perline metalliche e le giacche in pelle con la chiusura doppia. Questo dettaglio permette alla giacca di posizionarsi in modo leggermente decostruito, ma ancora estremamente elegante. Pensiamo spesso anche ai look neri più frammentati della passerella F/W 2002 di Alexander McQueen: ci sono pezzi con una carica emotiva fortissima. All’inizio del nostro progetto abbiamo venduto dei corsetti in pelle nera della F/W 1997 di Vivienne Westwood: ancora oggi ce ne pentiamo amaramente e ci piacerebbe trovare di nuovo uno di quei pezzi di quella collezione».
HER AGE by Alba Figueras De La Parte e Alessandro Berna
«Her-Age è una piattaforma con base a Milano e uno spazio privato dedicato al vintage da collezione e ai pezzi di alta qualità. Nasce dalla collezione privata della madre di Alessandro — costruita nel corso dei decenni e radicata in una visione culturale molto forte della moda. Insieme, io e il mio partner, abbiamo costruito Her-Age come un luogo in cui i pezzi non vengono semplicemente selezionati, ma davvero compresi, letti come memoria, identità e valore nel tempo, piuttosto che come semplice tendenza. Crescendo, ero molto vicina a una persona con un senso del gusto naturale, mia cugina. C’era qualcosa di effortless nel modo in cui sceglieva le cose, qualcosa che all’epoca non capivo fino in fondo, ma che riconoscevo istintivamente. Quando lei non aveva più bisogno di certi pezzi, arrivavano a me. E senza nemmeno rendermene conto, ho iniziato a sviluppare un rapporto con oggetti che avevano già vissuto, pezzi che portavano già con sé un significato. Entrare in quel mondo ha significato imparare un modo diverso di guardare: più lento, più attento, più emotivo. Ogni pezzo custodiva una storia, ma anche un senso di permanenza che va oltre il tempo».
«Con il tempo, questo ha definito anche il modo in cui abbiamo costruito Her-Age — non intorno all’accumulo, ma al significato. Per noi, collezionare non significa avere di più, ma capire meglio. Non penso tanto a un pezzo specifico quanto alla storia che porta con sé. Sono sempre attratta da pezzi che nascono in momenti di transizione — quando qualcosa si sta trasformando, ma non è ancora del tutto definito. C’è una tensione in quel passaggio che li rende incredibilmente potenti. Sto continuamente facendo ricerca e costruendo il mio archivio, e in questo momento sono particolarmente focalizzata sulle cinture della collezione prêt-à-porter Primavera/Estate 1987 di Gianfranco Ferré. Sono sempre stata attratta dagli accessori, e questi hanno una qualità quasi scultorea. Non sono semplici aggiunte: definiscono l’intera silhouette. È proprio questo che trovo più interessante: pezzi che portano con sé un senso del tempo, dell’identità e della trasformazione. Non solo oggetti belli, ma qualcosa che continua a parlare anche a distanza di anni».
«Skof.Archive è nato a Milano due anni fa, al momento è solo digitale con già due piattaforme di acquisto all’attivo, 1stDibs e il nostro e-commerce. Skof ha al suo interno una selezione che per lo più si affaccia agli anni ’90-2000 ma siamo costantemente aperti a effettuare delle ricerche mirate per le nostre clienti. Lavoro principalmente sugli abiti, cercando di soddisfare le mie esigenze di ricerca ma soprattutto quelle delle nostre clienti che ormai posso dire di conoscere piuttosto bene. È un mondo veramente divertente oltre che super appagante perché ti permette di interfacciarti spesso con realtà o persone che realmente desiderano quel capo come oggetto da rivivere, da custodire e da indossare, dandogli un valore ed è raro oggi riuscire a dare valore a un oggetto vista la velocità di tutto quello che ci circonda. Abbiamo circa 500 item che entrano, escono, cambiano e che spesso non fotografiamo neanche perché sappiamo già a chi vorremmo destinarli».
«La mia passione è nata principalmente dal mio primo lavoro come stylist; ho sempre avuto la tendenza a ricercare capi da poter custodire ed utilizzare sui vari set. Ho avuto anche la possibilità di lavorare come consulente in un archivio che mi ha permesso di toccare dei capi veramente introvabili e con una storia e manifattura da brivido. Così, grazie anche alla fortuna di essermi ritrovata in mano dei capi di Gianni Versace Couture veramente museali, ho deciso di implementare la mia selezione, iniziando a fare una ricerca sempre più vasta ed approfondita. Da lì, si sono aperte le porte e i legami con diversi fornitori che ci hanno permesso di crescere e di conoscere questo mondo sempre più da vicino».
«Ho una reale ossessione per le stagioni SS2003 e SS2004 di Alexander McQueen, ma anche per l’YSL di Tom Ford, stagione FW2002, e qualsiasi cosa prodotta da John Galliano per Dior. Tutto quello che hanno realizzato questi tre designer veramente è al centro delle mie ricerche, per quanto siano sempre più complessi da trovare e con cifre veramente importanti. Ma se proprio dovessi dirti uno degli abiti che mi piacerebbe avere in archivio in questo momento potrebbe essere l’abito di John Galliano indossato da Kate Moss nella Fall 1995, la Dolores Collection».
ESCO PARIS/ NUMERO 13 by Estelle Couriol
«Ho lanciato ESCO tre anni fa con un sito web. Poco dopo, ho iniziato a organizzare pop-up store della durata di pochi giorni per circa due anni, fino ad arrivare all’apertura del mio store permanente nel Marais, a maggio 2025. Ho sempre amato e indossato abiti vintage, fin da quando ero molto giovane. Subito dopo aver concluso i miei studi di moda, ho lavorato come stylist su servizi fotografici per riviste, oltre che su progetti musicali e personali».
«In questi lavori ho sempre utilizzato principalmente pezzi vintage; è ciò che ho sempre amato di più del mio lavoro — trovare quel pezzo unico, irripetibile. Qualche anno dopo, mi sono resa conto di quanto amassi davvero la ricerca di capi vintage, ed è così che, poco a poco, ho iniziato a dedicarmi completamente al mio brand vintage. Oggi sono profondamente grata e felice di poter dedicare il 100% del mio tempo a questo progetto che mi appassiona così tanto! Amo sinceramente ogni singolo pezzo del mio archivio, e se dovessi per forza sceglierne uno, ora direi il completo in pelle e pelliccia di Jean Claude Jitrois dell’Autunno 1985, che è semplicemente incredibile. Quando è stato venduto, ho provato un piccolo senso di malinconia, perché so che probabilmente non ne troverò mai un altro simile, ma fa parte del gioco. Lasciare andare un pezzo per trovarne uno ancora più straordinario».
«Ho iniziato a interessarmi alla moda fin da bambina. Ricordo che un Natale avevo chiesto una tavoletta per disegnare vestiti partendo da modelli già pronti (per fortuna, perché in realtà non ho mai avuto molto talento nel disegno). Strappavo anche alcune pagine dai servizi fotografici delle riviste di moda che mia madre comprava ogni tanto, per conservarle in un raccoglitore e riguardarle, senza un’idea precisa. Probabilmente ero già affascinata dall’immagine e dallo stile di una silhouette. Sono arrivata a Parigi nel 2021 per frequentare un MBA in una scuola di moda, ma non mi sentivo nel posto giusto. Non mi interessavano il marketing o la comunicazione, e non volevo diventare designer. Avevo buone idee, uno sguardo sempre in movimento — costantemente attento ai look delle persone — ed ero anche piuttosto intellettuale, ma non sapevo bene come canalizzare tutto questo. Ho provato con la scrittura, ma non mi soddisfaceva abbastanza. Poco dopo — non so nemmeno esattamente come — mi è venuta l’idea di vendere e collezionare abiti. Probabilmente ho capito che era il punto d’incontro tra una dimensione più intellettuale (la ricerca, la storia della moda) e una più creativa (allenare costantemente l’occhio per trovare il pezzo giusto da vendere, da tenere o da noleggiare), con anche una grande libertà. E mi è piaciuto. Il progetto ha iniziato a prendere concretamente forma verso la fine del 2023, ma è nell’estate del 2025 che ho davvero lanciato Regard Archive».
«Non ho in mente un pezzo preciso o preferito da cercare. Per ora seguo molto l’istinto: seleziono principalmente capi destinati alla vendita, quindi cerco di scegliere ciò che penso le persone amanti della moda avrebbero voglia di indossare nel 2026, sia nel quotidiano che per una sera o per un evento importante».
RANDOM STYLING by Giulia Meterangelis
«Sono nata a Roma e vivo da quasi vent’anni a Milano. Sono una fashion stylist e docente. Random Styling è iniziato come progetto personale subito dopo il Covid e poi si è evoluto in spazio fisico e archivio un paio di anni fa grazie alla mia esigenza di esporre e catalogare tutto quello che avevo per comprendere quanto fosse grande la mia collezione di vestiti e accessori. Ed era bella grande! Ho quindi deciso di mettere a disposizione di stylist e creativi questo piccolo patrimonio, arricchendolo sempre di più con chicche particolari che soddisfassero tutte le esigenze. Il mio obiettivo non è quello di avere il capo da collezione di archivio che possono avere tutti bensì trovare un pezzo unico, magari senza marchio o con un nome strano e che abbia una storia affascinante».
«La vera passione è iniziata da adolescente a circa 17 anni quando ho iniziato a frequentare mercatini vintage tornando all’ alba “dalla discoteca”. Fondamentalmente cercavo cose eccentriche per andare a ballare e differenziarmi dal resto delle persone. Ho un feticcio per le scarpe e vorrei tanto avere le Kiki boots di Marc Jacobs. Posseggo già diverse scarpe iconiche come delle Prada FW2012 di cui vado molto fiera -soprattutto per il prezzo a cui le ho trovate – o delle creepers di Dior by John Galliano FW2004».

«Tutto è nato circa quindici anni fa, quando mi sono trasferito a Milano per frequentare un master all’Istituto Marangoni. Ai tempi, oltre ai fasti del quadrilatero, ho pian piano cominciato a interfacciarmi con una realtà che al momento considero fondamentale per il mio processo creativo, quella dei second hand. Badate bene, non i vintage, ma i second hand, dove a mio avviso si scovano sempre delle chicche interessantissime. Non volevo omologarmi, e tra gli scaffali di questi negozi avevo la possibilità di sperimentare e sviluppare un gusto personale e per nulla influenzato dalle tendenze di massa. Attualmente, senza presunzione, penso di vantare uno degli archivi personali più variegati di sempre: circa 200 solo tra abiti lunghi, 180 tra scarpe e stivali, 500 tra camicie e soprabiti. È veramente immenso e sebbene non lo consideri al momento il mio lavoro e non voglio assolutamente che lo diventi, in futuro potrei pensare di organizzare un’asta fatta per bene. Per mia scelta non vendo ai privati ma affitto solo per shooting ed editoriali».
«La mia ricerca avviene ovunque, sicuramente anche l’online ha avuto la sua parte nell’ultimo decennio. Devo dire che nella mia vita sono stato davvero fortunato a trovare abiti dal valore immenso a cifre davvero ridicole per la loro importanza. Tra i capi della mia collezione di cui vado più fiero c’è una giacca di Moschino Cheap & Chic, indossata anche da Lady Diana. Anzi, a dire il vero, non è esclusa la possibilità che sia appartenuta proprio a Lady D: ai tempi lei era solita regalare molti abiti agli inservienti di Palazzo, abiti che poi facevano giri immensi, da persona in persona. Quando ho acquistato questa giacca da un rivenditore di Birmingham, lui non ha escluso questa possibilità. E a me piace pensare che sia così. Vado particolarmente fiero anche della mia collezione Gianni Versace: la Medusa degli anni ’90 mi ha letteralmente stregato, penso che il genio di Gianni e ciò che ha regalato alle donne in termini di sensualità sia fuori discussione. Possiedo anche ben sei capi della “Collezione Carrà”, ovvero appartenuti all’indimenticabile Raffaella. Li ho acquistati personalmente dai curatori che gestiscono ancora oggi il suo archivio di abiti di scena, quelli realizzati dai leggendari costumisti Rai come Luca Sabatelli, solo per fare un nome. Non li indosso, perché per me sono come vere e proprie reliquie. Tra i miei accessori più rari troviamo invece gli Anaconda boots di Tom Ford: definirli incredibili è dire poco».
CLARISSA VICTORIA COLOMBO
«La mia passione è nata quando ero molto piccola. Mia madre è sempre stata una figura molto particolare: una persona riservata, con un’estetica forte, quasi dark, fuori dagli schemi. Una vera “stronza griffata”. È stata lei, in parte, a trasmettermi questo sguardo sulla moda, anche se credo che la vera ossessione sia nata da me, in modo molto naturale. Fin da subito mi sono concentrata su Chanel, in particolare sull’archivio tra gli anni ’90 e il 2004, un periodo che considero ancora autentico, non ancora completamente contaminato dal sistema attuale. Oggi possiedo circa 35 pezzi Chanel, tra cui 15/20 borse, modelli iconici come la Chanel Heart, la Beauty Case con dettagli gioiello, o versioni più rare in materiali come il faux fur, oltre ad accessori e capi, molti dei quali indossati in passerella, soprattutto nella collezione del 1994 con Claudia Schiffer. Si tratta di oggetti estremamente esclusivi, difficili da reperire, e proprio per questo fondamentali per la mia ricerca».
«Se dovessi scegliere un pezzo che sogno di avere nella mia collezione, sarebbe l’abito di Vivienne Westwood realizzato per Dita Von Teese e indossato in occasione del suo matrimonio nel 2005. È un pezzo praticamente impossibile da ottenere, ed è proprio questo il punto: mi interessano solo oggetti che non si possono avere facilmente. L’esclusività, per me, È TUTTO».
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