Enfant terrible della moda, il testimone di Jean Paul Gaultier è passato lo scorso anno al giovanissimo Duran Lantink, designer noto per una vena fortemente sperimentale, irriverente e provocatoria nei confronti dei codici dell’abbigliamento. L’ispirazione di questa collezione Autunno-Inverno 2026, racconta Lantink in un’intervista, sarebbe partita da Marlene Dietrich, attrice e cantante tedesca considerata tra le più grandi icone del cinema nella prima metà del Novecento. Anche senza saperlo in anticipo, qualcosa di quell’immaginario si percepisce chiaramente: in modo esplicito in una stampa che riproduce il volto di Dietrich su un abito indossato da Alex Consani, ma anche nell’apertura e nella chiusura della sfilata.
Qui modelle avvolte in total black, con rossetto rosso fuoco e cappello da gangster, sembrano emergere dalla nebbia come figure uscite direttamente dai ruggenti anni Venti, immerse in un’atmosfera notturna dal forte sapore cinematografico. Questo potente immaginario simbolico, che avrebbe potuto essere esplorato con maggiore coerenza, si disperde tuttavia nel corpo centrale della collezione. Giacche e blazer dallo scollo profondissimo o camicie che arrivano a trasformarsi in cappucci si alternano infatti a look che mescolano tailoring e suggestioni sportive: lacci da K-way, materiali simili al nylon o al PVC e dettagli funzionali che interrompono la narrazione iniziale.
Il patchwork, vero trademark di Lantink, ritorna nel mescolare materiali tecnici come il nylon a completi più strutturati, oppure nell’unire maglieria e tessuti in sovrapposizione. Non manca la sua consueta vena provocatoria, qui declinata nel dettaglio della giarrettiera, applicata sopra tute intere o pantaloni come elemento volutamente esibito. Un gesto ironico e dissacrante che gioca con l’immaginario erotico, trasformando un accessorio tradizionalmente intimo in un segno estetico dichiarato.
Il corsetto, codice iconico di Jean Paul Gaultier, ritorna in alcuni look, così come le stampe. Se lo scorso anno avevano fatto scalpore per le loro rappresentazioni esplicite dei genitali, qui vengono reinterpretate in chiave quasi robotica, disegnando corpi che ricordano bambole di gomma. Verso la fine riemergono figure completamente avvolte nel nero, ammantate dalla testa ai piedi, fino a un look finale che arriva quasi a negare la forma stessa del corpo, trasformandola in una presenza scura e indefinita, come un’ombra proveniente da un altro tempo.
A mio parere, sono proprio questi total black iniziali e finali, che evocano l’estetica degli anni Venti e Trenta, i momenti più riusciti della collezione. Il resto appare invece come una sperimentazione ancora in fase di definizione: suggestioni sportive che si mescolano alla maglieria, abiti in velluto che si alternano a completi sartoriali, in una ricerca che sembra più un processo aperto che una visione pienamente compiuta.
La differenza rispetto alla collezione precedente risiede però proprio qui. Se quella passata era soprattutto un esercizio provocatorio e linguistico, quasi interamente costruito sull’effetto shock, questa sembra muoversi verso una sperimentazione più materica e formale. Molti look risultano infatti più portabili e meno dipendenti dal gesto provocatorio, anche se, possiamo dirlo, decisamente non per tutti.
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