Prima di lui, la moda era un’altra cosa. Certo, grandi nomi si erano già susseguiti prima della sua consacrazione, Coco Chanel, Christian Dior, Cristóbal Balenciaga solo per citarne alcuni tra i più noti. Ma lui, Yves Saint Laurent, aveva qualcosa di unico e speciale, qualcosa che andava ben oltre il puro ed evidente genio creativo della sua moda, qualcosa che toccava emisferi più profondi e che hanno contribuito a renderlo leggendario oltre il tempo e oltre la moda stessa, seppur indissolubilmente legato a essa per un attaccamento viscerale e maturato sin dalla prima infanzia.
Yves nasce il 1º agosto del 1936 a Orano, in Algeria, da una famiglia della buona borghesia coloniale. Già le premesse della sua nascita ci raccontano molto delle influenze esotiche che troveranno largo spazio nelle sue collezioni: questo sguardo verso oriente,verso le atmosfere ipnotiche del Medio Oriente, i loro colori, i loro contrasti, in un vortice di sapori, odori e visioni che avranno sempre un posto speciale nella vita dell’Yves uomo e del Saint Laurent stilista. L’infanzia non è tra le più felici: emarginato per la sua fragilità e la sua omosessualità, cresce circondandosi della sua unica e autentica fantasia. Una fantasia che, tuttavia, non si sperde nei voli pindarici e spesso irrealizzati dell’infanzia, ma al contrario trova una sua rettitudine, una sua soluzione concreta. Il giovanissimo Yves capisce sin dalla più tenera età di voler diventare uno stilista di moda e ama immaginare la sua maison a sua immagine e somiglianza, in ogni dettaglio. Tra cartamodelli e ispirazioni, il poco più che adolescente Saint Laurent ha già capito che quel continuo ritagliare e sognare a occhi aperti è destinato a diventare il mestiere della sua vita.
Una passione folle e un talento smisurato che gli valgono, appena ventunenne, il ruolo di direttore creativo da Dior. Yves era entrato come assistente alla maison parigina solo due anni prima e, nel 1957, con la prematura scomparsa di Monsieur, l’intero team non ha dubbi su chi prenderà il suo posto. Inizialmente elogiato per il successo del suo nuovo ruolo, a consacrarlo alla notorietà è il celebre scatto in bianco e nero di Richard Avedon con protagonista la modella Dovima al centro tra due elefanti e con indosso un abito Dior realizzato da Yves Saint Laurent.

Tuttavia, con il tempo, il suo punto di vista viene considerato troppo audace per una maison istituzionale come Dior. Yves abbandona il marchio e passa un periodo di depressione terribile. Vero, nella sua vulnerabilità e nelle sue zone d’ombra, Saint Laurent è stato una figura di rottura proprio per essere, oltre che un designer, un essere umano. Un’umanità che non ha mai celato, ma che ha anzi scelto di approfondire, calandosi ora nei fasti e ora nelle tenebre di una vita vissuta in una continua tensione tra l’alto e il basso. Un fil rouge che ha sempre caratterizzato le sue collezioni. Nel 1961, con l’aiuto del socio e amante Pierre Bergé – diventato poi il compagno/tormento di un’intera vita – Yves fonda la sua maison omonima, potendo dar finalmente voce alle sue idee, al suo flusso incessante di sete creativa, alle manie di perfezionismo che pure non si indirizzano verso un ideale sterile e immutabile ma scelgono di compromettersi con gli estratti di vita vera.
Forse, il suo talento dirompente non era stato del tutto compreso dalla rigida e formale clientela di Dior, ma venne compreso a pieno dalle generazioni più giovani, dai bohémien di Saint Germain des Prés, dai viaggiatori indefessi, dagli artisti, gli intellettuali e i frequentanti della nightlife parigina. Lui, sempre più bello e famoso, a dispetto della proverbiale timidezza, divenne oggetto di interesse da parte della stampa: un interesse che nessun altro designer, prima di lui, aveva destato. Pop Art, Africa, Safari, Marocco, Ballets Russes, Cina, Matisse, Braque, Picasso, Mondrian arte, esotico, viaggio, sogno: Yves porta tutto questo nelle sue collezioni e molto di più. È lui a consacrare l’utilizzo del completo maschile per le donne, imponendo una nuova immagine di sensualità che ancora oggi perdura in tutto il suo fascino erotico. E poi le sahariane, ispirate ai viaggi nel deserto, il blazer, i trench, i caban. Una rivoluzione femminile e culturale che cambia completamente le sorti del prêt-à-porter.
La moda lascia i salotti alto borghesi per diventare un fenomeno sociale, dove il basso e l’alto si influenzano insieme. Collabora con il cinema e creando i costumi per il film”Bella di giorno” incontra Catherine Deneuve che diventerà la sua musa prediletta. Insieme a lei, Betty Catroux, Loulou de la Falaise, Paloma Picasso, donne che non solo hanno vestito l’eleganza contemporanea e cosmopolita di Saint Laurent ma sono state spettatrici e intime amiche della sua vita personale, segnata da sempre da tendenze verso una maniacale perfezione e il desiderio di esplorare i territori più oscuri e a tratti autodistruttivi. Sesso, droghe, alcool, antidepressivi: le sue notti esprimono il disagio al di là delle luci della ribalta. La passione per il dandy Jacques de Bascher – condivisa con il rivale Karl Lagerfeld -, il rapporto sempre più in crisi con il compagno e mentore Bergé, si alternano ai ritratti di Andy Warhol, le fughe nella meravigliosa residenza di Marrakesh, le rivoluzioni portate avanti fino all’ultimo con le sue passerelle.
A oggi, forse, ci sembra strano che uno stilista possa dar così tanta voce alla propria vita privata nelle sue collezioni, abituati come siamo alle imposizioni dettate dai vertici e sempre meno dal talento creativo. Eppure, per Yves Saint Laurent, quella verità tanto intensa e sempre in bilico tra chiaro e scuro è stata la sua fonte di fortuna principale. Non avrebbe mai potuto creare vestiti se non gli fosse stato concesso il diritto di essere se stesso, con tutti i pro e i contro, fino in fondo. Una libertà identitaria che andrebbe ricordata ancora oggi: tutelare l’individualità per permettere alla creatività di continuare a fiorire.
Tanti auguri Yves.
[📷Getty Images]