Il regista cinese Wang Bing arriva con il suo “Youth (Spring)” al Festival di Cannes e proietta gli spettatori in un viaggio drammatico e pieno di speranza di più di tre ore, nell’inferno dietro le quinte del fast fashion. Realizzato tra il 2014 e il 2019, “Youth (Spring)” è l’unico documentario in Concorso a Cannes 76 e si concentra su uno stile di vita che rasenta la schiavitù, in un’industria tessile cinese in cui si lavora giorno e notte. E senza mai staccarsi dalla macchina da cucire si mangia, ci si innamora, si litiga e si guardano programmi tv sullo smartphone. I protagonisti del documentario di Wang Bing, ambientato nella provincia di Zhili (capitale del tessile cinese) lavorano per vivere e vivono per lavorare. Il ricavo della loro durissima ed estenuante routine lavorativa arriva a malapena a 7 yuan a capo confezionato (0,93 centesimi circa), a seconda dei dettagli e della difficoltà nella realizzazione.
Wang Bing sconvolge ancora con il suo stile crudo e senza mezze misure in una riflessione sulla Cina contemporanea. «Il film ha potuto seguire la vita di molti personaggi nell’arco di diversi anni» ha spiegato il regista. «All’inizio c’è stata un po’ di difficoltà ma poi sono entrato in buoni rapporti con gli imprenditori locali che, del resto, hanno altre preoccupazioni che non il mio film». Quello proiettato in anteprima sul grande schermo di Cannes 76 è uno scorcio fin troppo realistico su una condizione di vita alienante, precaria ed estremamente faticosa. La tematica affrontata da Wang Bing ci riporta inevitabilmente all’inchiesta shock del documentario di Channel 4 sugli operai di Shein, analizzata da reporter e numerosi giornalisti. Tra turni di lavoro da 18 ore e stipendi miseri, il caso del colosso fast fashion cinese è solo una goccia all’interno di un oceano di controversie e sfruttamenti.