C’è sempre un’aura di intellettualità intorno ai designer giapponesi, e Yohji Yamamoto è senza dubbio tra coloro che più hanno saputo incarnare e portare avanti questa narrazione sin dagli esordi a Parigi negli anni ’80. Le ispirazioni cambiano, così come le declinazioni, ma l’essenza resta immutata: asimmetrie, destrutturazione, volumi essenziali ma mai scontati e una predilezione per il nero sono da sempre i codici distintivi del brand.
Per la Spring Summer 2026, Yamamoto ha scelto Parigi e un edificio maestoso e opulento come cornice: uno scenario in netto contrasto con la filosofia del brand, che da sempre predilige l’essenza all’apparenza e che ha fatto della sottrazione decorativa un linguaggio senza tempo. A rendere ancora più intensa l’atmosfera, una colonna sonora misteriosa e magnetica ha accompagnato modelle trasformate in bambole di porcellana, fragili ma potenti, con crepe volutamente evidenziate dal make-up e hairstyle effetto wet che non disciplinano, ma al contrario esaltano il caos creativo.
Non un caos distruttivo ma un caos generativo, necessario per abbattere e poi ricostruire, per ritrovare un’essenza più pura e rigorosa. È proprio questo rigore a legare Yamamoto a Giorgio Armani, che il designer giapponese ha scelto di omaggiare a poche settimane dalla scomparsa del maestro, una perdita che ha profondamente scosso il mondo della moda e non solo. L’eco di Armani arriva così a Parigi passando per il Giappone non solo nel ricordo, ma ora impresso direttamente negli abiti. Forse non c’era mai stato un riferimento tanto esplicito da parte di Yamamoto nella sua storia, con una stampa sul retro delle sue creazioni e una lettera bianco su nero firmata dallo stesso Armani e indirizzata al collega giapponese. Un gesto inedito, emozionante e necessario.
La collezione è un crescendo che sintetizza l’essenza del design giapponese nella sua versione meno criptica e più accessibile, senza perdere però la sua aura concettuale. Il nero domina incontrastato, interrotto solo da bagliori di bianco, ideogrammi giapponesi, inserti di pizzo e quadretti dal retrogusto punk. Gli abiti diventano architetture fluide, che plasmano silhouette morbide e variabili ora trasparenti, ora compatte, talvolta arricchite da cut-out, talvolta da frange in movimento. Un equilibrio perfetto tra minimalismo e teatralità, che riafferma Yamamoto come custode della propria visione.
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