Yohji Yamamoto: con Rei Kawakubo ruppe gli schemi nella Parigi degli anni ’80

Nel bel mezzo di un fashion month che, a parte rari casi, è stato definito come “piatto” e privo di collezioni realmente degne di nota, l’effetto nostalgia verso tempi migliori è sempre dietro l’angolo. Ci si ritrova spesso a pensare a dei momenti diventati iconici nella storia della moda, dove si aveva ancora la possibilità di esprimere se stessi, le proprie visioni, con coraggio e capacità di ribaltare gli schemi.

Tra i grandi, indimenticabili momenti, destinati a cambiare per sempre le sorti della storia della moda, è impossibile non citare l’avvento dei giapponesi a Parigi, negli anni ’80. In molti parlarono di “Hiroshima Chic”, per descrivere l’ondata destabilizzante che portarono in passerella nomi come Kenzō Takada in primis, e successivamente Issey Miyake, Rei Kawakubo e Rei Kawakubo. Furono proprio Yamamoto e Kawakubo in particolare, a sancire il definitivo affermarsi di uno stile che, in completa antitesi con i paradigmi della moda occidentale, ribaltava tutti quei codici alla quale il mondo della moda era abituato da anni, aprendo una finestra su un mondo, e su una cultura, quella orientale, che verteva su valori totalmente diversi, che si riflettevano in abiti altrettanto diversi.

Fino all’inizio degli anni ’80, il focus dell’alta moda era concentrato essenzialmente sulle “big four”: Parigi, Milano, Londra e New York erano le uniche città che dettavano i canoni estetici e tutto il mondo era rivolto a quelle passerelle per capire cosa indossare. Lo stile imperante era di tipo occidentale e mai prima di quel momento era stato messo in discussione, cambiato o manomesso. Grazie a loro, la regola delle “big four” venne meno e sia Tokyo che Anversa divennero centri di enorme interesse per l’alta moda. Rei Kawakubo, dopo una laurea in letteratura presso l’Università privata Keio, iniziò a lavorare come stilista freelance nel 1967. Due anni più tardi fondò la sua casa di moda Comme des Garçons e nel 1973 aprì la sua prima boutique a Tokyo.

Yohji Yamamoto dopo essersi laureato in legge sempre presso l’Università Keio, studiò design della moda al Bunka Fashion College a Tokyo e nel 1977 presentò la sua prima collezione ready to wear. Nel 1981 Yamamoto presentò la sua prima collezione a Parigi. L’anno successivo fu la volta della Kawakubo, spiazzando entrambi completamente la critica. I loro abiti, al contrario di tutti quelli realizzati in Occidente, venivano meno a tutte le regole di composizione perseguite fino a quel momento perché non servivano più semplicemente a coprire il corpo ma dovevano esprimere un concetto. I vestiti erano diversi nei tessuti (spesso consunti), nei tagli asimmetrici, nell’assenza di decori, nelle forme e nei colori (austeri, principalmente bianco, nero e grigio).

Si iniziò ad usare il termine “decostruttivismo” per indicare quegli indumenti dai volumi insoliti: i capi tradizionali venivano disfatti e riassemblati dando un senso di indipendenza e non di raziocinio occidentale. Da un punto di vista economico queste collezioni furono semplicemente un disastro. In Europa shockarono la critica, che non li comprese, ma ebbero un enorme successo di fama: questo stile, che in un primo momento fu definito “minimale”, divenne la filosofia anti-edonistica adottata in Belgio da designer come Martin Margiela, e successivamente dai “Sei di Anversa” (Dries van Noten, Ann Demeulemeester, Dirk Van Saene, Walter Van Beirendonck, Dirk Bikkembergs e Marina Yee).

Il rimando al Giappone (soprattutto a quello di Rei Kawakubo) si ritrova in tutta la filosofia concettuale di Margiela a cominciare dalla sua prima collezione del 1988 in cui presentò le iconiche Tabi shoes, che per molti versi divennero il simbolo della maison. I tabi in realtà sono una invenzione giapponese risalente al XV secolo, tempo in cui il cotone fu importato dalla Cina e i giapponesi iniziarono a realizzare calze in questo materiale dividendo l’alluce dal resto delle dita dei piedi, in modo da potere indossare le calzature infradito tradizionali. Ancora oggi l’eredità di Kawakubo e Yamamoto è immensa, e le loro collezioni rispondono ancora ora a quei valori e quei concetti con cui fecero il loro debutto in Europa più di quaranta anni fa.

Una lezione di vita, quella di Yamamoto e Kawakubo, che dovrebbe essere d’insegnamento oggi più che mai, sia per i designer emergenti che per le maison più affermate. Avere una visione chiara e coerente, ma soprattutto duratura nel tempo, sposare una poetica ben precisa ma conferirle di volta in volta una nuova linfa vitale grazie a sperimentazioni sempre più innovative, ma soprattutto, avere il coraggio di osare, senza paura del pregiudizio. Quanti designer, tra quelli attuali, potranno vantare in futuro una riconoscibilità pari o anche solo simile a quella dei due geni giapponesi?

[📷 Getty Images]

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