Wes Anderson ha presentato il suo ultimo film a Cannes e non sono in pochi, dopo averlo visto, ad aver sollevato dubbi sul peso della sua influenza oggi rispetto agli anni d’oro in cui ha firmato alcuni dei più grandi successi del cinema contemporaneo. Wes Anderson è un regista immediatamente riconoscibile e ogni suo lavoro porta una firma estetica difficile da dimenticare, che anche chi non è esperto di cinema riesce ad associare facilmente al suo nome. Basta una sola inquadratura per capire che siamo nel suo universo visivo. Non a caso è molto amato anche dal mondo della moda, per cui ha girato diversi spot e cortometraggi, come quelli per Prada, con cui condivide un certo gusto borghese e ironico perfetto per costruire immaginari visivi scenografici, lussuosi e patinati.
Questa stessa estetica si ritrova ovviamente nei suoi film, in tutti quanti, nessuno escluso. Esiste persino un account Instagram, molto seguito, chiamato @accidentallywesanderson, che raccoglie immagini scattate in giro per il mondo da cui si evince chiaramente un gusto alla Wes Anderson. Al giorno d’oggi l’estetica è forse ancora più importante che nei primi anni 2000, quando il regista americano sfornò i suoi più grandi capolavori, eppure, forse oggi dai suoi film ci si aspetta di più. Negli ultimi anni infatti i suoi film sono stati spesso percepiti come splendidi esercizi di stile, capolavori visivi forse privi in parte di una profondità emotiva che oggi il pubblico si aspetta. Con La trama fenicia, il film presentato a Cannes pochi giorni fa, secondo la critica Anderson avrebbe tentato un ritorno al passato glorioso. Stiamo parlando di opere come I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, o Grand Budapest Hotel: capolavori indiscussi che hanno creato mondi unici, inevitabilmente legati alla sua identità artistica.
Negli anni più recenti, invece, i suoi film sembrano essere diventati esercizi di stile (splendidi) a celebrazione della propria estetica: inquadrature simmetriche, palette pastello, oggetti di scena scelti con cura maniacale, personaggi ben vestiti e un ritmo narrativo teatrale, quasi coreografico, con elementi e protagonisti (vedi Bill Murray) che spesso ritornano, lasciando sempre intatto quel cordone ombelicale con un’estetica immutabile che rende Wes Anderson, Wes Anderson.
Pur mantenendo quell’estetica delicata e simmetrica che da sempre lo caratterizza, i suoi film restano fondamentali per comprendere il cinema contemporaneo e che, soprattutto nei primi lavori, fondono l’estetica con l’introspezione psicologica dei protagonisti assolutamente non banali: dalla storia familiare de I Tenenbaum all’inaspettata complessità dell’amore infantile di Moonrise Kingdom, solo per fare pochi esempi. Con La trama fenicia, secondo diversi critici, Anderson sembra voler riscoprire quella formula, aggiungendo anche quel tocco di comicità borghese che solo lui sa portare in scena con tanta naturalezza. E se Niccolò Contessa con I Cani cantava “Vorrei vivere in un film di Wes Anderson”, ci auguriamo che La trama fenicia ci faccia tornare quella voglia di immergersi ancora nei lavori di un regista che resta una delle voci più iconiche del nostro tempo.
[📸 IPA]