Trash culture: perché le celebrità si stanno vestendo sempre peggio?

C’è un’estetica in circolazione che sembra non chiedere l’approvazione di nessuno ed è vagamente trasandata, quasi sempre vistosissima e spesso sgradevole. Oggi, sempre più celebrità sembrano uscire di casa con quello che pescano, al buio, nella pila di vestiti nell’armadio: la maglietta di un ex fidanzato, i maglioni della nonna, un paio di ballerine fin troppo consumate per essere ancora considerate delle scarpe. Chiamatelo trashcore, come il Wall Street Journal, o quirked-up, come sottolinea Dazed, ma al di là delle etichette una cosa è certa: lo stile delle celebrità si è trasformato in un pastiche volutamente caotico che spesso sconfina nel grottesco.

Tra tutti, Julia Fox è stata tra le prime a legittimare il caos, rendendo virale l’idea che il glamour potesse nascere anche da un sacco dell’immondizia o un completo bondage. Ma oggi non è più sola. Addison Rae sfoggia regolarmente outfit che sembrano rubati a una cheerleader scapestrata di una rom-com anni 2000, mentre Justin Bieber abbina cappelli furry a clogs e calzettoni con l’aria di chi non ha più nulla da dimostrare. Timothée Chalamet, dal canto suo, fluttua tra torsioni Y2K e abbinamenti gangsta, sempre in bilico tra l’eco del soft boy e un meme ambulante.

Il punto non è più vestirsi bene, ma distinguersi con qualsiasi mezzo, anche a costo di sembrare ridicoli. Tantissime celebrità – tra cui Jaden Smith, Bradley Cooper e molti altri volti dello showbiz – hanno già forgiato i propri codici stilistici borderline. E se le griffe in gioco altisonanti, il messaggio è tutto fuorché elegante ed è il risultato di un sistema in cui l’attenzione mediatica ha superato il valore simbolico del buon gusto. L’intenzionale sciatteria diventa status symbol e solo chi è davvero potente può permettersi di apparire disinteressato allo stile, pur costruendolo con tanta minuzia. Ed è così che lanciare una nuova moda oggi significa anche, e soprattutto, sembrare fuori controllo.

[📸 BACKGRID / IPA]

Condividi l'articolo sui social: