Tatuaggi: “Ripe” è l’archivio vivente di tatuaggi destinati a scomparire

I tatuaggi accompagnano l’umanità da millenni. Le prime testimonianze risalgono a Ötzi, l’uomo del Similaun (circa 3300 a.C.), il cui corpo presenta incisioni di cui si ignora la funzione, probabilmente legate a rituali o cerimonie terapeutiche. Nell’antico Egitto erano legati a protezione e fertilità, mentre nelle culture polinesiane, tra cui Maori e Samoa, il tatuaggio è stato per secoli un dispositivo identitario, spirituale e sociale. Nel mondo greco-romano il tatuaggio fu stigmatizzato come marchio di schiavitù o punizione, una percezione che proseguì nel Medioevo. L’Ottocento segnò invece una svolta: viaggiatori, marinai ed esploratori riportarono in Europa le tradizioni polinesiane, contribuendo alla rinascita della pratica. Con il Novecento e l’avvento delle prime macchine elettriche, il tatuaggio divenne linguaggio di sottoculture di marinai o outsider urbani, fino ad affermarsi dagli anni ’80 come forma artistica e modalità espressiva riconosciuta globalmente.

In questo lungo percorso, un dibattito ricorrente attraversa la cultura del tatuaggio: come si trasforma l’inchiostro nel tempo? Tra osservazioni più o meno fondate e speculazioni online, ci si interroga spesso su questo tema, sospesi tra timori di sbiadimenti, linee che si sfaldano e motivi che potrebbero perdere significato. È proprio in questo contesto che Ripe, photobook curato dalla storica dell’arte Alix Nyssen, si impone oggi come un progetto di rottura. Ripe raccoglie fotografie di tatuaggi realizzati negli anni ’80 e osservati oggi, ciascuno in una diversa fase di trasformazione. L’incipit del libro a cura di Nyssen ne descrive il significato: “Ripe. La parola evoca il momento in cui un frutto raggiunge il suo picco, appena prima che inizi a marcire- una breve soglia tra maturità e decadenza.” È questo il principio che orienta l’intero progetto: documentare tatuaggi realizzati decenni fa e la loro evoluzione sulla pelle che invecchia. Una prospettiva che ribalta la narrativa del tatuaggio come “per sempre”, riportando l’attenzione sulla natura viva della pelle, che si tende, si rilassa e si trasforma. L’inchiostro segue questo ritmo, sopravvivendo solo quanto il corpo che lo ospita.

Accanto al saggio introduttivo di Nyssen e ad un testo dello storico del tatuaggio Matt Lodder, il volume riunisce oltre 140 pagine di fotografie realizzate da Travis Salty, Jamie Jelinski, Alex Beaulac, Adam Pereira ed Elizabeth Maltais. Ripe mostra tatuaggi che, nel corso dei decenni, hanno seguito traiettorie diverse: alcuni si sono affievoliti, altri si sono quasi dissolti con pigmenti migrati mentre la pelle cambiava struttura; altri ancora conservano una nitidezza e definizione sorprendente. Le immagini più potenti sono quelle in cui il tempo ha inciso la propria presenza: cicatrici, sbiadimenti profondi, tracce dell’immaginario pop dell’epoca. Riflettendo sui tatuaggi raccolti nel libro in un articolo su Dazed, Nyssen racconta: “Uno dei miei preferiti è un gambo con tre fiori che emerge da quella che sembra una lattina, un tatuaggio realizzato in una cucina di Montréal nei primi anni ’70. Il motivo e i suoi contorni, che col tempo si sono insieme ispessiti e scoloriti, con pigmenti sfocati, evocano per me un senso di resilienza e rappresentano quasi un memento mori contemporaneo.”

L’interesse di Nyssen per questo tema nasce nel 2019, durante il suo dottorato all’Università di Liegi, dedicato alla possibilità di esporre, conservare e comprendere il tatuaggio oltre i limiti imposti dal corpo. “Uno dei miei interessi riguarda l’idea che i tatuaggi esistano su una superficie viva e mutevole, e che qualsiasi tentativo di mostrarli o preservarli debba inevitabilmente confrontarsi con la fragilità e l’impermanenza del corpo stesso,” spiega. La fotografia diventa così uno strumento per catturare ciò che è, per natura, instabile. Lodder amplia questa prospettiva nel suo testo introduttivo, spostando l’attenzione dai “maestri” canonizzati ai tatuatori anonimi e, soprattutto, ai tatuati: coloro che, con le loro scelte e i loro corpi, hanno mantenuto viva la pratica. In Ripe compaiono tatuaggi professionali ma anche segni amatoriali creati in cucine e camere da letto, testimonianze intime tanto quanto estetiche, frammenti di una genealogia condivisa.

Il libro si inserisce in modo organico nelle teorie dell’arte contemporanea che vedono la materia come viva, dotata di un proprio metabolismo. È una prospettiva spesso trascurata nella cultura tattoo, e che Nyssen spera possa emergere in chi lo sfoglia. Ogni tatuaggio, per quanto modesto, appartiene al vissuto individuale ma anche a una storia visiva collettiva. “Coprire o rimuovere un tatuaggio non cancella il passato che rappresentava. In questo senso, i tatuaggi possono essere visti come un archivio autobiografico vivente, che evolve con la persona che lo indossa,” afferma. Ripe preserva proprio questa evoluzione: un archivio di tatuaggi destinati, prima o poi, a scomparire, ma che qui trovano una forma diversa di permanenza. Più onesta e decisamente più umana.


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