C’è stato un tempo in cui lo streetstyle ha avuto veramente ragion d’esistere. In primis, furono i look off-duty delle celeb a ispirarci; non tanto quelli sfoggiati durante le occasioni ufficiali, ma gli outfit della quotidianità, quelli davvero capaci di trasmettere un gusto personale ma soprattutto fornire delle fonti d’ispirazione. Poi, il nostro interesse ha cominciato a spostarsi verso le “common people”: addetti ai lavori poco noti al grande pubblico o semplici appassionati di moda, dallo stile unico e capace di dettare tendenza. E, pian piano, si è cominciato a condividere gli outfit personali su piattaforme online, i cosiddetti blog, per poi arrivare ai social come li conosciamo oggi. Impossibile non citare il fotografo Scott Schuman, meglio noto come The Sartorialist, colui che ha immortalato nei suoi scatti centinaia di outfit in giro per il mondo, diffondendo universalmente il desiderio di costruire un look che potesse fare la differenza e che potesse raccontare molto di chi siamo, finendo per essere ritratti in una di quelle diapositive che hanno segnato indiscutibilmente gli anni 2010. Questo fenomeno avveniva ben prima dell’utilizzo smodato di iPhone e Instagram, che hanno invece facilitato un iper esposizione mediatica di noi stessi e del nostro guardaroba. A un certo punto, espressioni come outfit e “get ready with me” sono diventate di uso comune, adoperate anche da chi alla moda non si era mai interessato prima di allora, con un conseguente over sharing che ha probabilmente tolto credibilità al senso della vestizione stessa.
Ultimamente, i trend dei social hanno visto la viralità di un nuovo approccio: non si tratta di selfie allo specchio né tantomeno di celeb avvistate dai flash dei fotografi. Alcuni creators hanno cominciato a chiedere direttamente alle persone per strada di “raccontare” il loro look del giorno. Domande di rito, frasi a effetto, eccesso di complimenti: un format che se all’inizio poteva risultare anche ironico e di puro intrattenimento, si è lentamente deteriorato, diventando niente più che una grottesca messa in scena costruita ad arte…anzi nemmeno più di tanto. Innanzitutto, perché in queste pseudo interviste difficilmente vengono coinvolte persone realmente dotate di stile: si tratta per lo più di persone molto ben spendenti che si aggirano per le vie del lusso, che non vedono l’ora di raccontare alla telecamera di quale brand sia il loro cappotto o quanto abbiano pagato la loro borsa, in un insieme che fa riferimento più al mero esibizionismo che a un concetto di stile vero e proprio. Che tutto ciò avvenga in Via Montenapoleone o davanti l’Hotel Ritz di Parigi, poco importa: la solfa è sempre la stessa, le domande idem, e il risultato il medesimo. Cambiano le persone, ma di unicità in fin dei conti c’è n’è ben poca. Borse di Hermès, orologi Rolex, collane Van Cleef e chi più ne ha più ne metta: la tipologia di intervistato è sempre la stessa.
Inoltre, non è escluso che la maggioranza di questi “fortuiti incontri” sia stata in realtà preparata molto tempo prima; l’influencer o che dir si voglia, conscia delle numerose visualizzazioni della pagina, si accorda con la stessa sul giorno e l’ora, fingendo una casualità del tutto inesistente. Inoltre, è ben ovvio che se è tutto organizzato, anche il look sarà stato studiato apposta per la recita – chiamiamola così – spogliandola del suo stesso significato originale, ovvero quello di immortalare lo stile naturale delle persone. Oltre al cattivo gusto di chiedere esplicitamente i marchi – sebbene la maggioranza degli intervistati non abbia bisogno di sottolinearlo considerata la passione per i loghi -, e al fatto che in aggiunta a questo spesso venga richiesto anche il costo degli stessi, sono anni che gli utenti di qualsiasi piattaforma social fanno a gara per dare sfoggio di sé, delle loro possibilità e del loro presunto “senso dello stile” – ovviamente esistono delle eccezioni, e sono quelle che fanno la differenza. Che senso ha dunque puntare su un nuovo sistema che dovrebbe promuovere l’autenticità e invece scade nelle stesse dinamiche costruite, con l’aggiunta di una tangibile aura di imbarazzo che pervade ciascuno di questi video? Per dirlo alla Gen Z, qualcosa davvero cringe.