Stefan Sagmeister, il graphic designer sospeso tra arte, bellezza e felicità: “Il mio obiettivo è creare opere che ispirino le persone”

È uno dei graphic designer più influenti dell’epoca contemporanea, ma anche un avventuriero, un innovatore, un uomo che non ha paura di osare. Dall’Austria, il suo Paese d’origine, ha viaggiato in tutto il mondo, facendo tesoro delle esperienze lungo il cammino, che gli hanno permesso di creare un incredibile bagaglio personale. Ha studiato al Pratt Institute di New York, ha vissuto a Hong Kong, e ora ci scrive da Guadalajara, in Messico, dove sta trascorrendo il suo anno sabbatico.

L’intervista a Stefan Sagmeister

La passione per il design, il mezzo di comunicazione che utilizza per veicolare messaggi potenti e talvolta divisivi, non è nata subito. Anzi, all’inizio dei suoi studi, Stefan Sagmeister si era iscritto alla facoltà di ingegneria, per poi cambiare idea e dedicarsi alla progettazione grafica. «Ho iniziato a scrivere per una piccola rivista chiamata “Alphorn” quando avevo 15 anni e ho scoperto rapidamente che mi piaceva molto di più curarne l’impaginazione che scrivere», ci ha raccontato.

Nel corso della sua carriera, Stefan ha creato immagini in grado di colpire profondamente il pubblico e raggiungere anche i più grandi della musica: ha progettato la copertina di “Bridges To Babylon”, il celebre album dei Rolling Stones e quella di Talking Heads per il progetto “Once in a Lifetime”. Il suo obiettivo, ci spiega, «è creare opere e servizi che aiutino e ispirino le persone. Questo è stato vero quando ho iniziato 40 anni fa e lo è ancora oggi. Ciò che ci distingue dalla concorrenza è che non accettiamo alcun lavoro commerciale. Nessuno».

Cosa ispira il tuo processo creativo e come è strutturato? Quanto è importante il messaggio nei tuoi progetti?

«Nella stragrande maggioranza dei casi, quando esco dalla mia zona di comfort, le cose funzionano molto meglio. Le mie paure emergono sempre molto prima del necessario e sono convinto che il mio lavoro sarebbe molto migliore se riuscissi a uscire dalla mia comfort zone più spesso e affrontare più di frequente le sfide». Le sue collaborazioni preferite? «Quelle su cui sto lavorando ora, perché sono i più vicini al mio modo di pensare attuale».

L’esperimento in “The Happy Film”

Oltre a creare opere di design, Stefan ha deciso di trasformare se stesso in un progetto attraverso “The Happy Film”, il lungometraggio che lo vede protagonista, in cui va alla ricerca della ricetta della felicità.

Cosa ti ha spinto a creare questo documentario e, soprattutto, quale lezione ne hai tratto? Hai trovato la felicità?

«Sono sempre stato interessato a come il design possa toccarmi emotivamente e, col tempo, ho sviluppato una conferenza intitolata “Design and Happiness” (evoluzione di un’altra presentazione chiamata “Can Design Touch Someone’s Heart?”). Abbiamo ricevuto molti feedback positivi su questo tema. Durante il mio secondo anno sabbatico in Indonesia, cercando qualcosa di significativo da fare, questo argomento è tornato a galla.

E sì, sono diventato più felice, ma in modo sorprendente: solo dopo molto tempo dalla conclusione del film. Avevo ascoltato innumerevoli volte la conclusione del nostro consulente scientifico Jonathan Haidt, secondo cui la felicità nasce dalle relazioni: con gli altri, con il proprio lavoro e con qualcosa di più grande di se stessi. Solo allora la felicità può emergere. Quando ho iniziato il mio terzo anno sabbatico a Città del Messico e ho cercato un nuovo tema su cui lavorare, è stato subito chiaro che sarebbe stato la bellezza. Questo mi ha costretto a relazionarmi con molte persone, a lavorare con esperti, artisti e designer, e a confrontarmi con qualcosa di più grande di me. Gli anni successivi sono stati tra i più felici della mia vita».

Alcuni non ti vedono solo come un designer, ma come un artista a tutto tondo. Come ti definiresti?

«La mia definizione preferita della differenza tra arte e design viene da Donald Judd: “Il design deve funzionare. L’arte no”. Significa che l’arte non deve necessariamente fare qualcosa, può semplicemente essere. Per molti di noi, come spettatori, questo è un sollievo: possiamo goderci qualcosa senza che abbia uno scopo preciso. Il mio lavoro, invece, deve avere una funzione. È design».

L’invito a pensare a lungo termine e l’importanza della bellezza

Puoi spiegare il concetto di pensare a lungo termine? Perché è così importante per te?

«I media a breve termine, come X (ex Twitter) e le notizie aggiornate ogni ora, danno l’impressione di un mondo fuori controllo, con la democrazia in pericolo e una prospettiva generale di declino. Ma se guardiamo lo sviluppo del mondo in una prospettiva di lungo periodo – l’unica che ha davvero senso – quasi ogni aspetto dell’umanità appare migliore.

Sempre meno persone soffrono la fame, meno persone muoiono in guerre e disastri naturali, più persone vivono in democrazie e più a lungo che mai. 200 anni fa, 9 persone su 10 non sapevano né leggere né scrivere; oggi, il rapporto è solo 1 su 10.

Abbiamo creato molte visualizzazioni su questo tema. Puoi trovarle sul nostro sito Beautiful Numbers. L’obiettivo di queste visualizzazioni è che gli spettatori le portino nei loro salotti, per ricordare che gli ultimi tweet sono solo piccole macchie in un ambiente complessivamente sano. In questo modo mantengono la loro funzionalità, ed è per questo che sono pezzi di design, non di arte. Potremmo definirli propaganda per il salotto».

Poi c’è il concetto di bellezza. Sembra che tu abbia un forte senso estetico. Perché pensi che sia importante che il design abbracci la bellezza e l’armonia?

«Abbiamo scoperto che le cose belle funzionano molto meglio e spesso offrono funzionalità aggiuntive rispetto a quelle progettate solo per essere funzionali.

Potrebbe sembrare che in un mondo frenetico la bellezza conti meno, perché abbiamo meno tempo per fermarci a sentire il profumo delle rose. Ma il nostro consulente scientifico Dr. Helmut Leder dimostra che la bellezza è in realtà una scorciatoia: aiuta a risparmiare energia e a prendere decisioni senza pensarci troppo. Questo significa che, in tempi veloci, la bellezza diventa ancora più centrale».

Nella mia vita quotidiana, l’opposto della bellezza non è la bruttezza, ma la trascuratezza. La maggior parte delle cose brutte nel mondo non è stata creata per essere brutta, esiste perché qualcuno non si è preso cura di farla bene. I centri commerciali anonimi, le uscite autostradali, i negozi di mobili a basso costo sono brutti per caso, non per scelta».

L’imprescindibilità del tocco umano in un mondo sempre più digitale

Qual è il tuo rapporto con l’AI? Pensi che possa essere utile per i designer o che tolga il tocco personale e umano ai progetti?

«In passato, non sono stato bravo a prevedere le tecnologie dominanti. Solo un anno fa avrei detto che la realtà virtuale avrebbe avuto un ruolo dominante, e ora sembra quasi morta. L’AI sarà sicuramente molto un grande fenomeno. Avrà un impatto enorme sulla nostra professione, probabilmente eliminando interi settori. Oggi bisogna stare attenti se si progettano siti web mediocri. Eppure, torneremo sempre al tocco umano, perché ne abbiamo bisogno».

Quanto influenzano il tuo lavoro le tendenze e i cambiamenti dei social media? Come sono evolute le richieste dei clienti negli ultimi anni?

«I trend sui social media influenzano il mio lavoro nel senso che cerco con tutte le forze di non fare mai quello che vedo su Instagram. Le richieste dei clienti sono cambiate radicalmente, perché non accettiamo più alcun lavoro commerciale o promozionale».

Hai sogni o obiettivi che vorresti realizzare nei prossimi anni?

«Certamente. Se riuscissi a spostare anche solo di poco il modo di pensare delle persone verso una visione a lungo termine, sarebbe fantastico».

[📷 Courtesy Of Stefan Sagmeister]

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