Spettacolarizzazione della beneficenza nell’era dei social: si è davvero disposti a tutto per “fare più like”?

Se è vero che “fare del bene fa bene agli altri e a noi stessi”, in quest’era incentrata sulla condivisione e sulla spettacolarizzazione, sorge quasi spontaneo chiedersi fino a che punto ciò che viene fatto per il prossimo è davvero fine a sé stesso e a un semplice atto di gentilezza e quanto, invece, quella semplice azione sia volta a un ritorno d’immagine, economico o, persino, a un profitto misurabile in “like”.

È questo ciò che ormai da tempo vediamo fare a sempre più influencer e tiktoker, i quali si riprendono impegnati in opere di beneficenza, mentre aiutano i senzatetto o mentre pagano un’intera spesa al supermercato a qualcuno che è stato gentile con loro. Ma dietro questi video, poi postati sui loro profili, quanta percentuale c’è di realtà e voglia di aiutare e quanta è, invece, la volontà di mostrare sé stessi come i più buoni, i più bravi, i più gentili? Spesso, infatti, in questi video dal sapore benefico vengono inseriti anche alcune collaborazioni sponsorizzate, le quali contribuiscono immediatamente a trasformare il commovente filmato in una vera e propria farsa. Nonostante i numerosi risvolti positivi che si potrebbero trarre dalla vicenda – ammesso che le donazioni vengano effettivamente fatte – si è portati a pensare anche che i protagonisti dei video, coloro che vengono “aiutati”, non siano per alcuni tiktoker e influencer altro che delle “comparse” utilizzate per uno scopo secondario.

Tali azioni, di conseguenza, fanno sorgere molti dubbi sulla natura delle donazioni di beneficenza nell’era moderna e ci riporta, di conseguenza, alla domanda principale della questione: ma si è davvero disposti a tutto per “fare più like”? Come vuole la retorica, infatti, “la beneficenza si fa, non si dice”. Se il gesto fatto fosse realmente di cuore, quindi, sarebbe necessaria tutta questa spettacolarizzazione?

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