Quando penso a chi cucina dolci, mescolando latte, uova, farina, tra misurini, bilance, fruste e gradi precisi, penso sempre a una specie di creatura magica. Un po’ scienziato, un po’ artista. Qualcuno che gioca con il controllo nella fase del mix, ma che poi accetta l’inaspettato, abbraccia la possibilità dell’ignoto: che da quel forno, un’otre calda e misteriosa, possa uscire qualcosa di imperfetto. Parlando con Sophia, ho trovato questa conferma: lei è esattamente così. Una maga, un’artista, una scienziata. E soprattutto, una a cui piace giocare.
La sua storia, però, non parte da una cucina, ma da una sensazione di distanza. Cresciuta a Vienna, in Austria, figlia unica, Sophia ha una fantasia sfrenata. “Fin da piccola mi sentivo diversa dagli altri bambini: l’asilo non era il mio posto, non riuscivo a entrarci davvero.” Eppure, quella distanza era anche spazio fertile: curiosità, immaginazione, libertà. “Mi piaceva studiare a modo mio, e soprattutto amavo travestirmi.” Sua madre studiava moda, e per lei creava continuamente vestiti e costumi: un mondo fatto di tessuti, forme, possibilità, personaggi. Ma fuori da lì, quello stesso mondo diventava un motivo di esclusione. “A scuola questo diventava un motivo per essere presa in giro.”

Crescendo, quel senso di scarto si è trasformato in qualcosa di più duro. “Alle superiori il bullismo è diventato più forte, andando ad assorbire, purtroppo, gran parte della mia vita, mettendola anche in pericolo. A sedici, diciassette anni ho infatti vissuto l’anoressia. È stata una fase molto difficile, da cui sono emersa con fatica”.
Ed è stato li, in quello spazio vuoto, fatto di tempo e solitudine, che Sophia ha iniziato a costruire il suo altrove. “Avevo questo gioco: conducevo un programma di cucina immaginario, le ‘Kelly Sisters’. Ero io, da sola, davanti a nessuno. Ma cucinavo davvero.” E quel cucinare la salva, la distrae. E poi, la svolta, l’incontro con quello che sarebbe diventato poi il suo unico output culinario. “A quindici anni è successo qualcosa di quasi magico. Ho preparato una torta per mio padre, un classico della cucina austriaca, ed è venuta perfetta. Da quel momento in poi, non ho più voluto fare altro.” Sophia non ha mai studiato pasticceria, il suo baking è nato per trovarsi un posto nel mondo, ed è semplicemente continuato, attraverso dedizione, curiosità, impulso. Le ricette passavano dai classici austriaci alle ricette di Martha Stewart, divertenti, imprevedibili, complesse ma aperte al tocco umano. La pasticceria francese, invece, non l’ha mai attratta: “Troppo perfetta, troppo controllata. Per me era noiosa.”

Il suo percorso di scoperta del baking procede in parallelo con un progressivo allontanamento dalla socialità scolastica. A soli 17 anni realizza case di marzapane contemporanee, lontane dallo stereotipo, riuscendo a esporle nel panificio più importante della città. Vanno immediatamente sold out e da lì nasce una collaborazione che segna la sua prima vera esperienza professionale. Sophia prova a seguire un percorso più “convenzionale”: si iscrive a odontoiatria e frequenta per un anno. Ma sa già con precisione cosa vuole fare, e lascia.
Perché nella sua vita ci sono loro: le torte. Se ci si pensa, cosa c’è di più potente di una torta? Parlandone, Sophia mi ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: “Una torta rende felici le persone. Esiste sempre quando accade qualcosa, è legata a un evento speciale. È un oggetto che chiama lo sguardo, che costruisce un momento. La guardi, la tocchi, la senti, la mangi. E il momento del taglio è un climax, un punto di attenzione assoluta.” Sophia le ha scelte come compagne, figlie, come forma espressiva privilegiata. Non cucina altro. Lavora anche come food stylist, ma il suo vero estro creativo si manifesta nella genesi di queste creazioni che sono insieme cibo e scultura, presenza e evento. “Le mie torte sono un po’ confrontative: non puoi ignorarle, non puoi viverle solo come cibo. Ti obbligano a reagire.”

La cosa affascinante delle torte, inoltre, è che per natura sono destinate a sparire. Vengono mangiate, oppure si deteriorano, si sciolgono, si decompongono. Da un lato, Sophia vede in questo qualcosa di profondamente affascinante: le sue opere diventano parte fisica di qualcun altro, esistono perché esiste l’altro, in un tempo fragile e irripetibile. “Mi piace pensare che il mio lavoro continui dentro le persone,” mi ha detto. “Che non sparisca davvero, ma cambi forma.” Allo stesso tempo, però, negli ultimi tempi sta esplorando un’altra direzione: materiali sintetici, torte non commestibili. “I brand vogliono l’estetica, non necessariamente mangiarle, e così si evita anche lo spreco.” Ma non è solo una scelta pratica. È anche un modo per spingersi oltre: lavorare su scale più grandi, immaginare strutture impossibili, e permettere all’opera, se lo si desidera, di durare per sempre.
Dopo anni in cui le sue torte, ormai riconoscibili, iniziano a far parlare di lei – fino a diventare quasi un traguardo avere una sua creazione come torta di compleanno – la svolta arriva con una città: New York. Come spesso accade, Sophia si trova nel posto giusto al momento giusto. Realizza una torta su commissione per una cliente di cui inizialmente ignora l’importanza, e da lì si innesca un effetto valanga: dai clienti privati ai grandi brand, tutti vogliono una sua creazione. Da Fendi a Prada, fino a Miu Miu, Sophia firma torte per eventi, catering e installazioni, attingendo agli immaginari dei marchi per tradurne l’essenza in colori, motivi e pattern.

Oggi lavora in modo completamente intuitivo, quasi improvvisato. Non cerca la perfezione: cerca la sorpresa. “E credo che nella società di oggi la sorpresa sia quasi scomparsa.” Per questo, nel rapporto con i clienti, pone una condizione precisa: “Lasciatemi almeno un 20% di libertà creativa, altrimenti non posso lavorare.” Si muove tra Vienna, che resta la sua base, Londra, Parigi e New York, e si definisce, non a caso, una vera enfant terrible des gâteaux. Quando le chiedo del suo processo, anche quando lavora su commissione, lei mi risponde che applica sempre lo stesso principio: ricerca, dialogo, intuizione. “Voglio creare qualcosa di forte, di impattante, che tenga conto dello spazio e del budget, ma che vada oltre, e che esprima la mia personale interpretazione di quel brand o di quel tema.”
Prima di salutarci, chiedo a Sophia cosa le piacerebbe realizzare in futuro. “Mi piacerebbe progettare una stanza interamente fatta di torte. Un ambiente dove tutto – un cuscino, un tavolo, le pareti – possa essere reinterpretato come cake. Oppure una torta volante.” In questo equilibrio continuo tra effimero e permanente, tra controllo e gioco, tra ossessione e libertà, forse sta il senso più profondo del suo lavoro. Se dovesse definirsi, in fondo, Sophia lo dice in modo molto semplice: “Sono semplicemente una persona un po’ pazza che ama creare torte.”
[📷 Erol Hasic / Antonia Meyer / Courtesy of Sophia Stolz]