La collezione Haute Couture di Schiaparelli presentata da poco, intitolata The Agony and the Ecstasy, e disegnata dal direttore creativo della maison Daniel Roseberry alle redini del brand da oltre cinque anni, si proponeva come uno studio delle antitesi: un percorso attraverso simbologie opposte, tutte marchiate da una sartoria di altissimo livello. Purtroppo, per me, questa sfilata ha rappresentato una conferma piuttosto che una sorpresa: la maison non sta crescendo, anzi, sembra essersi adagiata sulla propria iconografia, arrivando in alcuni casi a risultare sorprendentemente pigra, fino a sfiorare la citazione troppo esplicita – se non il vero e proprio scopiazzamento – di design iconici altrui.
Il problema non risiede nello spettacolo in sé. Anzi, ben venga: la couture, dopotutto, è anche questo, un dispositivo per far sognare. Né trovo particolarmente grave il fatto che Schiaparelli sia ormai diventata il palcoscenico prediletto di influencer e personalità del mondo dello spettacolo che utilizzano la moda più come strumento di visibilità che come espressione di autentica passione. La costante carrellata di celebrities in prima fila, per quanto chiaramente una scelta commerciale e figlia dei nostri tempi, mi fa storcere il naso, sì, ma fino a un certo punto. Se tutto questo fosse accompagnato da collezioni capaci di stupire e di mantenere alto il nome Schiaparelli, sarebbe tutto sommato tollerabile. Il vero nodo, però – e qui non so nemmeno se le due cose siano direttamente proporzionali – è che le collezioni di Schiaparelli hanno smesso di sorprendere, di far sognare. Sono ancora spettacolari sul piano della sartoria e dell’artigianalità, ma sono diventate eccessivamente letterali.
Lo scorpione è uno scorpione, il pesce palla è un pesce palla. Non c’è una trasfigurazione simbolica che prenda ispirazione dal mondo animale o fantastico per poi rielaborarlo, trasmutarlo, interpretarlo. È una traduzione diretta, quasi fotografica. Ed è qui, a mio avviso, che la maison pecca: perché viene meno il mistero.
Quest’ultima collezione, presentata durante la couture parigina 2026, mi è parsa anche particolarmente pigra, una sorta di copia-incolla di creazioni iconiche: in primo piano, il bustier-corsetto ricoperto di piume, ormai indissolubilmente legato all’immaginario di McQueen, o forme chiaramente adottate da Mugler, fino alle silhouette immediatamente riconoscibili come i colli tondi di Alaïa. Il tutto, peraltro, riferito a stagioni molto recenti, il che rende il confronto inevitabile e fin troppo evidente.
Code di scorpione, abiti a coda di pavone, riferimenti zoomorfi che tornano ciclicamente nell’universo Schiaparelli, fino alla riproduzione fedele di un blowfish, completo di spuntoni in resina e organza, costruiti su stratificazioni di tessuti trasparenti. La maestria sartoriale è indiscutibilmente al suo apice, ma il punto resta lo stesso: tutto è troppo esplicito, troppo diretto. Manca quel velo di ambiguità che dovrebbe avvolgere l’insieme. I pungiglioni di scorpione, costruiti su strutture di ferro, che Daniel Roseberry racconta essere ispirate a una poesia in cui la rabbia viene descritta come la forma più efficace di difesa, risultano, per quanto concettualmente legittimi, eccessivamente didascalici nella loro traduzione materica. Anche il pizzo a basso rilievo, tagliato a mano, e le due “sorelle scorpione”, intese come trasformazione della rabbia in bellezza, finiscono per perdere forza proprio perché troppo dichiarate.
Alla fine, ciò che resta è per me una couture impeccabile dal punto di vista tecnico, ma priva di quell’enigma, di quella tensione simbolica che un tempo rendeva Schiaparelli davvero magnetica.
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