Che cos’è il passato e che cos’è il futuro? Sebbene si possa pensare a due concetti temporali diametralmente opposti, il confine è puramente soggettivo, così come la linea che li separa è sottile. Il passato è nel futuro e serve, di volta in volta, a riscrivere una storia che non potrebbe fare a meno delle sue fondamenta per poter andare avanti, ancora una volta, scrivendo una pagina sempre nuova. Un concetto di commistione profonda tra due tempi che vive e anzi, su cui si appoggia completamente, la moda contemporanea: gli archivi restano una fonte inesauribile d’ispirazione per le maison e una mappa per i direttori creativi che scelgono di preservarne il fascino “atemporale” per delle collezioni che, pur non riuscendoci sempre, cercano di essere attuali, diverse, accattivanti. Si è immerso negli archivi anche Daniel Roseberry per questa collezione Haute Couture Fall Winter 2026 di Schiaparelli, la maison parigina fondata da Elsa Schiaparelli negli anni ’20 e diventata sinonimo di avant-garde artistica, surrealismo, eccentricità e gusto squisitamente audace. Lo show, presentato ieri 7 luglio 2025 a Parigi, ha portato in passerella la collezione “Back to te Future”, un ritorno al futuro pieno di riferimenti, decorativismo, sensualità e lusso opulento e misteriosamente svelato.
«Mi sono immerso negli archivi della maison come mai prima d’ora. Ho guardato agli scatti del 1929, precedenti l’invasione tedesca di Parigi, all’incredibile crepuscolo glamour di quegli anni. Pensavo agli abiti tagliati a sbieco, alla giacca di Elsa e all’atemporalità di un mondo desaturato in bianco e nero». Queste le parole di Roseberry, che negli anni ha saputo ridar voce a un marchio tanto importante quanto dimenticato, conferendogli una popolarità internazionale e una desiderabilità mai vista prima, merito della sensualità lussuosa delle silhouette e degli escamotage inaspettati che rendono le sue creazioni delle vere e proprie opere d’arte. Un approccio che non è mancato nemmeno nella sfilata di ieri, diventata immediatamente virale e applaudita a gran voce da stampa, ospiti e buyers.
Quello di Roseberry è un viaggio a ritroso nella storia di uno dei marchi più iconici e suggestivi di sempre, soprattutto in uno dei suoi momenti più importanti e divisivi, destinato a cambiare per sempre il rapporto tra moda e donna. Siamo infatti nel 1940 quando Elsa Schiaparelli sceglie, a malincuore, di abbandonare l’amata Parigi per imbarcarsi su una nave per New York. Quella partenza non ha solo segnato un momento cruciale nella vita privata della stilista, ma anche nella rivoluzione del fashion system. Nei vent’anni prima di quella partenza, erano state due le personalità che avevano realmente e radicalmente cambiato il modo di vestirsi: da una parte Coco Chanel, che liberò le donne dal corsetto ma fu anche la prima a concepire l’idea di brand a 360° come lo conosciamo oggi. Dall’altra parte c’era Elsa, il cui contributo alla moda moderna concerneva meno il fisico e più il concettuale. Se Gabrielle Chanel era interessata a come i vestiti potessero essere di uso pratico per le donne, Elsa Schiaparelli era interessata a cosa potesse essere la moda. Un vestito era ancora solo un vestito o poteva essere considerato un’opera d’arte? Come potrebbe la moda dialogare con l’arte? In che modo l’arte potrebbe informare e parlare alla moda? La moda, e ciò che vogliamo e ci aspettiamo da essa, non sarebbe stata più la stessa.
In retrospettiva, gli anni precedenti la fuga temporanea di Elsa da Parigi si sarebbero rivelati un periodo di massima eleganza, così come l’inizio della moderna era della guerra. Due poli, esistenti improbabilmente nella stessa città, allo stesso tempo. Questa collezione è dedicata proprio a quel periodo, quando la vita e l’arte erano sull’orlo del precipizio: al tramonto dell’eleganza e alla fine del mondo come lo si conosceva. Concepita interamente in bianco e nero, Roseberry ha affermato che desiderava che la collezione chiedesse di offuscare il confine tra passato e futuro: un ritorno ai principi che a sua volta sembra rivoluzionario. Quello che il direttore creativo ha cercato di proporre in questa collezione è un mondo senza schermi, senza intelligenza artificiale, senza tecnologia: un mondo vecchio ma che si prospetta anche estremamente nuovo. Come se passato e futuro potessero sovrapporsi e quasi diventare intercambiabili, invertendo gli archivi della maison per renderli iper futuristici.
Insieme a una nuova tavolozza, questa collezione propone anche una nuova esplorazione delle silhouette. Assenti sono le famose sagome in corsetto di Schiaparelli, ma al loro posto c’è una nuova esplorazione del dramma, che definisce la vita e i fianchi con tecniche inaspettate, offrendo a chi lo indossa sia intensità che facilità. I famosi codici della casa sono stati anche esplorati in modi indiretti. Nascosti all’interno della sartoria ci sono il buco della serratura e le iconografie anatomiche, realizzate in nozioni ceramiche fatte a mano con l’expertise artigianale del passato. I Foulard sono cuciti con metro a nastro e puntini svizzeri in filo di seta, realizzati con tecniche dell’era di Elsa. L’intero spettacolo è stato infatti concepito come un trompe l’oeil surrealista, dal trucco ai tessuti, che includono lana Donegal e rasi lucidi. Ci sono abiti da sera, con gonne midi al ginocchio, giacche ricamate con fili d’argento e neri iridescenti. È stata anche introdotta la giacca Elsa, un pezzo con spalle affilate che fa riferimento all’archivio e che è stata riprodotta sia in tessuti tagliati che in lana. Troviamo poi abiti da sera con taglio sbieco, per introdurre un nuovo linguaggio di abbigliamento da sera che non si basa su corsetti e shapewear.
Non è mancata poi la quota “fantasy”: l’iconico mantello “Apollo” di Elsa, è stato qui reinterpretato come un enorme cascata di bijoux diamanté in tre strati di starburst metallici, zincati in diverse tonalità di nero, canna di fucile e argento satinato; un abito in tulle “Squiggles and Wiggles”, con ricami 3D a forma di conchiglia in cima a un pouf di organdie di seta bianca, completo di ombrellone di seta nera; giacche e cappotti ispirati al matador, intarsiati di perle barocche, macchie di leopardo metalliche, perline nere, il tutto nei codici della maison; diventato immediatamente un must-have è poi l’abito rosso rubino decorato con un vistoso collier che, sul retro, sboccia in un cuore pulsante. Un effetto ottenuto grazie a un particolare impianto tecnologico e ispirato all’opera “The Royal heart”, realizzata nel 1953 dal gioielliere Carlos Alemany su commissione di Salvador Dalí che, come è ben noto, intrattenne una lunga collaborazione artistica con Elsa Schiaparelli.
Come ha concluso Roseberry stesso: «È troppo facile romanticizzare il passato. È troppo facile temere il presente. Nel gennaio del 1941, Elsa tornò per una breve visita a Parigi nonostante la guerra, fermandosi prima in Portogallo, dove consegnò 13.000 capsule vitaminiche al ministro francese a Lisbona per conto del soccorso di guerra americano-francese. Nel maggio di quell’anno, tornò a New York e si riunì a molti dei suoi amici e compatrioti surrealisti che avevano come lei cercato rifugio nella città americana. Questa collezione vuole ricordare che guardare indietro non è niente se non riusciamo a trovare qualcosa di significativo da portare nel nostro futuro».
[📷schiaparelli.com]