Rothko: Palazzo Strozzi a Firenze incontra il silenzio del colore

Questa primavera Firenze accoglie la più ampia retrospettiva mai dedicata in città all’artista, tra le voci più intense e liriche dell’arte del Novecento. Allestita a Palazzo Strozzi, fulcro della vita culturale fiorentina, la mostra si configura come un’esperienza immersiva nel linguaggio emotivo e spirituale del colore, invitando il visitatore a un incontro diretto e silenzioso con la sua pittura.

Artista di origini lettoni, Rothko lasciò l’impero russo, di cui la Lettonia all’epoca faceva parte, all’età di dieci anni per emigrare negli Stati Uniti, stabilendosi a Portland, nell’Oregon. Le opere di Rothko, e in particolare i suoi Color field paintings, trasmettono quell’inquietudine e quel senso tragico dell’esistenza che accompagnò sempre la sua vita fino all’ultimo momento (l’artista infatti morì suicida), malgrado i suoi successi. Per quanto fosse ben inserito negli ambienti culturali e artistici del suo tempo e non fosse un emarginato, Rothko condusse comunque una vita piuttosto modesta e ritirata. I suoi dipinti hanno conosciuto aumenti vertiginosi nelle quotazioni dopo la sua scomparsa, tanto che oggi Rothko è uno degli artisti i cui prezzi in asta raggiungono i valori più alti: non è insolito che i suoi quadri raggiungano cifre che vanno nell’ordine delle decine di milioni di dollari.

Considerato uno degli interpreti più poetici dell’Espressionismo astratto, Rothko ha sempre concepito l’arte come un atto di rischio e di rivelazione. Nel manifesto pubblicato il 13 giugno 1943 sul New York Times affermava che l’arte è «un’avventura in un mondo sconosciuto, che può essere esplorato solo da coloro che intendono assumersi il rischio», e che il compito dell’artista è quello di «far sì che il pubblico veda il mondo a modo nostro, non a modo suo». Per Rothko il contenuto dell’opera è centrale e irrinunciabile. In aperta polemica con l’accademismo, sosteneva: «Non c’è niente di meglio che un buon dipinto sul nulla. Noi asseriamo che il soggetto è cruciale, e che è valido solo quel soggetto che è tragico e senza tempo». Da questa posizione nasce la sua dichiarata affinità con l’arte primitiva e arcaica, capace di parlare direttamente all’animo umano. I suoi primi lavori oscillano tra figurazione e astrazione: tra la fine degli anni Trenta e il 1946, la pittura di Rothko riflette un interesse profondo per la mitologia greca e per l’arte primitiva, filtrato attraverso suggestioni surrealiste derivate da artisti come Joan Miró e André Masson. In questi anni Rothko sperimenta la teoria dell’automatismo psichico, avviando un percorso che lo conduce progressivamente verso forme sempre più essenziali. È solo a partire dall’inizio degli anni Cinquanta che Rothko si dedica definitivamente all’astrazione pura e ai celebri Color Field Paintings. Il grande formato diventa allora un elemento strutturale della sua poetica: lo spettatore deve poter immergersi con occhi e corpo nelle sue tele, in un rapporto diretto e quasi meditativo con l’opera.

Il progetto espositivo previsto in primavera si distingue per la sua natura diffusa e per il profondo legame con la città di Firenze. Il percorso prende avvio nelle sale di Palazzo Strozzi e si estende in due luoghi simbolo del Rinascimento: il Museo di San Marco, in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, capolavoro architettonico di Michelangelo. Questa scelta instaura un confronto diretto tra la pittura di Rothko e le architetture e le immagini che più hanno influenzato la sua visione: durante i suoi viaggi in Europa, infatti, Rothko visitò Firenze e rimase profondamente colpito dall’opera di Beato Angelico. La prima visita risale al 1950, quando l’artista giunse in città insieme alla moglie Mell, in un momento cruciale del suo percorso umano e artistico. Al di là delle differenze iconografiche, è possibile riconoscere una comune tensione spirituale con il Beato Angelico: nelle tele di Rothko, spoglie di ogni riferimento cristiano, persiste la stessa qualità contemplativa capace di suscitare commozione profondamente intima.

Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, la retrospettiva indaga il rapporto privilegiato dell’artista con Firenze, nato proprio da quel soggiorno italiano. Rothko a Firenze presenta una selezione ampia e significativa di lavori, dagli anni Trenta fino al 1970, con numerosi dipinti di grande formato, molti dei quali mai esposti in Italia, provenienti dalla famiglia dell’artista e da importanti collezioni private e museali internazionali. La mostra è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi, in collaborazione con la Direzione Regionale Musei della Toscana, il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, con il sostegno di istituzioni pubbliche e private. L’esposizione si inserisce in un momento di rinnovata attenzione internazionale verso Rothko, testimoniata da recenti progetti espositivi a Oslo, Parigi e Zurigo.


[📷 IPA]

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