Occhi di ghiaccio, truccati con ombretto grigio e matita scura; sopracciglia nere, sottili, disegnate con cura assoluta; labbra di un rosso brillante, perfettamente delineate. Il viso è incorniciato da una chioma rosso fuoco, attraversata da mèches bianche che ne esaltano il contrasto. Una diva d’altri tempi, verrebbe da pensare.
E invece no. Roberta Tagliavini è l’esatto opposto: è una diva di oggi. Questi sono i suoi tempi, come lo sono, in fondo, quelli di chiunque abbia il coraggio di vivere seguendo l’istinto. Roberta è una donna fatta di scelte improvvise, di passioni fulminee che ardono intensamente e si dissolvono una volta appagate. Vive di slanci, di desideri repentini, di intuizioni, che diventano però subito azione. In molti casi, Roberta non si limita a stare nel suo tempo: lo anticipa. È stata tra le prime antiquarie donna in Italia, primissima a vendere design italiano alla clientela milanese e a offrire servizi di ristrutturazione di pezzi di modernariato iconici. Opera sua sono case interamente arredate con opere di Gio Ponti, Mangiarotti o grandi classici del design italiano e dell’Art déco.

Il suo percorso sembra tracciato fin dall’infanzia. Roberta è una venditrice nata. Da bambina raccoglie viti, oggetti e cianfrusaglie trovate per strada e le rivende ad altri bambini, allestendo veri e propri banchetti nel suo quartiere. La sua passione per l’oggetto è viscerale. Cresciuta in una casa che di oggetti ne aveva pochi, i mobili per lei diventano fonte di fascino e di desiderio profondo: le forme, i colori, i materiali, dai legni intagliati ai lampadari. «Mi fermavo davanti alle vetrine di Gavina (a Bologna, sua città natale) e sognavo di possedere quei tavoli, quelle lampade, quegli oggetti. Passavo ore davanti ai negozi, assorbita da quelle forme.» Non ancora maggiorenne, Roberta si sposa. Insieme al marito muove i primi passi concreti nel mondo del mobile: lei disegna, la famiglia di lui realizza. Lui, specializzato nell’intaglio di bare funerarie, riesce a mantenerli, mentre Roberta vende i suoi progetti a diversi negozi di arredamento bolognesi. Non ha timidezza né esitazioni: va in giro per le boutique, si presenta, mostra i pezzi, contratta, chiude. Ma quella realtà le sta stretta. Negli anni Cinquanta, a Riccione, incontra il suo secondo marito e decide di lasciare l’Emilia-Romagna per Milano, dove inizia a vendere mobili rustici per conto di aziende venete, vivendo di commissioni. Ma Roberta, si inizia a capire, non è fatta per lavorare per altri. È il 1967 quando apre un negozio suo, insieme a una socia, nella galleria tra via Durini e corso Europa, in piazza San Babila, una zona allora poco battuta e abbastanza pericolosa. Nonostante ciò Roberta sa vendere, lavora molto, e inizia a farsi un nome a Milano. Ma Il vero colpo di fulmine arriva nel 1973, a Parigi. Roberta scopre lì un mondo nuovo: i mercati vintage di mobili Art déco, le edizioni limitate di autori francesi, le boutique di pezzi unici. È il paradiso dell’oggetto. Qui incontra il liberty, il Tiffany americano, mondi che non aveva mai visto prima. Torna a Milano e vende tutto. Come racconta lei stessa: «Non sopportavo più nulla di quello che avevo. Volevo vendere liberty e pezzi Déco, quello che avevo visto a Parigi. E così ho fatto». La scelta non è condivisa dalla socia, e le loro strade si separano. Nasce così il nome Robertaebasta: quel “basta” va a sostituire ironicamente il nome della ex collega. Una provocazione iniziale che diventa poi una firma iconica e suo marchio d’identità.

Unica in Italia, ogni mese Roberta viaggia fino ai mercati notturni di Parigi, partecipando alle vendite di mobili che allora si svolgevano nelle campagne francesi, nel cuore della notte. Carica un intero camion e rientra a Milano. Compra all’ingrosso, al buio, tra campi e capannoni improvvisati. Intorno a lei ci sono solo uomini: lei è l’unica donna. Contratta, acquista, carica, riparte. Al mattino, prima ancora che il negozio apra, la maggior parte dei pezzi è già stata venduta a commercianti e rivenditori milanesi. E questo nonostante i suoi colleghi, soprattutto uomini, le abbiano messo i bastoni fra le ruote fin da subito. Del resto era una donna, nell’Italia degli anni Settanta, in un settore dominato dagli uomini.

Il primo negozio a Brera apre nel 1985, in via Fiori Chiari. Da lì, Roberta si espande fino ad aprire altri spazi: oggi sono cinque, tutti concentrati nella stessa zona. Il motivo è semplice: sono più facili da gestire. E per “gestire” si intende lei. Sempre presente, sempre in movimento, tra un negozio e l’altro, controlla, decide, domina.
I suoi negozi sono il suo riflesso: raccontano il suo gusto, il suo savoir-faire. Al loro interno convivono design vintage introvabile, pezzi unici di Sottsass o Ico Parisi, quadri futuristi, oggetti bizzarri e misteriosi, come sgabelli a forma di forchetta, vasi zoomorfi, tappeti dai materiali inaspettati. Dal Pratone di Gufram a servizi di piatti Art Déco, ogni spazio è un universo estetico, un paradiso del design, eccentrico, eclettico. I negozi cambiano volto seguendo i suoi desideri. «Io vado a sensazione. Non riesco a convivere con cose che non mi piacciono più, e per questo continuo a cambiare. I desideri mi vengono repentini, e li soddisfo subito. Vado in giro per il mondo, compro quello che mi piace e, se mi va, trasformo tutto il negozio.» Compra molto da collezioni private, ma anche da aste e mercati, in Italia e all’estero. Dopo l’acquisto, restaura: ha due restauratori fissi e un tappezziere interno. L’estero non le interessa particolarmente, ha un negozio a Londra che ha voluto fortemente il figlio, ma a lei basta viaggiare per fiere: Robertaebasta partecipa assiduamente a fiere internazionali di antiquariato, da Parigi, a Bruxelles, a New York. In Italia, solo Firenze.
Roberta fa del tempo un gioco. Antiquaria per vocazione, raccoglie il passato per restituirlo al presente. Ma il tratto che la definisce davvero è la sua curiosità instancabile verso l’oggi. Poco prima di Natale ha inaugurato ROBE, un progetto nuovo e aperto, nato dal desiderio di condividere spazio e visione: Roberta subaffitta il suo negozio di via Solferino a giovani realtà creative, offrendo loro un palcoscenico nel cuore di Milano. Qui convivono designer contemporanei, progetti editoriali, brand indipendenti, giocattoli da collezione giapponesi, abiti e accessori firmati second-hand, fino a nomi emergenti come Simon Cracker o giovani artigiani e vetrai. Uno spazio ibrido, vivo, in cui il futuro trova posto accanto al passato. Conosciuta dal grande pubblico per la sua presenza televisiva nel programma Cash or Trash – format dedicato al mondo dell’antiquariato, dove oggetti e mobili vengono messi all’asta davanti a mercanti pronti a contenderseli – Roberta racconta che la televisione è arrivata per caso, attraverso una serie di incontri fortuiti. Un territorio inatteso che, però, ha subito riconosciuto come affine al suo carattere: un altro spazio di gioco. «La televisione mi piace, mi diverto a stare con i giovani. E soprattutto mi diverto a giocare. Comprare a tutti i costi qualcosa, farne salire il prezzo… mi stimola.»

Grazie al marito, produttore discografico, entra in contatto con alcune delle figure più iconiche dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, per le quali arriva ad arredare intere case. È tutt’oggi grande amica di Mina e di molte personalità che hanno segnato lo spettacolo di quell’epoca: volti e storie che attraversano le pagine del suo libro “La mercante di Brera”, pubblicato da Sperling & Kupfer e uscito a novembre 2025. Un’opera che ripercorre anche quelle relazioni, restituendo il ritratto di una donna che non ha mai smesso di vivere come ha sempre fatto: a modo suo.

Roberta Tagliavini è esattamente questo: un’antiquaria che gioca con il tempo, una venditrice nata, una diva dell’oggi. Una donna che investe nel quotidiano, che scommette sui tempi e su se stessa, che si reinventa e si trasforma, che crede nel futuro e sceglie, sempre, di mettersi in gioco in prima persona. La passione, dice, è ciò che le permette di reinventarsi continuamente. E sul futuro di Robertaebasta, mi dice, con la ragionevolezza che solo le donne hanno: «Sono felice che mio figlio e mio nipote lavorino con me. Ma faranno con i negozi quello che vorranno. Finché ci sono io, si fa così. Poi non mi interessa. L’importante è che lo abbiano, un futuro.»
[📷Courtesy Robertaebasta]