Ricordi e identità: perché ci affezioniamo emotivamente ad alcuni capi

Abbiamo tutti dei capi di cui non riusciremmo mai a liberarci, nemmeno con il più rigoroso decluttering. Questa attività, oggi molto di moda per le persone amanti dell’organizzazione e anche per chiunque lo usi come scusa per attuare un decluttering mentale, consiste nel liberarsi di vestiti o oggetti superflui, riducendo il guardaroba o la casa all’essenziale. Eppure, alcune cose sappiamo fin da subito che non le abbandoneremo mai, anche senza comprenderne pienamente il motivo.

Ricordo quando dovevo laurearmi alla Marangoni e cercavo il vestito perfetto: sono andata nel mio negozio vintage preferito a Firenze per trovare qualcosa che rappresentasse davvero la mia essenza, e la scelta è caduta su un vintage Versace degli anni 2000 in raso verde sgargiante, decorato con le iconiche spille dorate. Un abito che oggi non indosserei mai, eppure il solo pensiero di liberarmene o di affidarlo alle app di rivendita mi sembra impossibile. Rimane lì, chiuso nel mio armadio, pronto a strapparmi un sorriso e a restituirmi un senso di appartenenza ogni volta che lo guardo. Ma ci sono anche capi che indossiamo quotidianamente, che ci accompagnano nelle nostre routine e nei momenti importanti della vita, e che diventano parte della nostra identità.

Ci affezioniamo emotivamente ai vestiti perché essi diventano portatori di ricordi, identità e valori personali. Secondo lo studio condotto da Rebekah Harman in Nuova Zelanda, il legame emotivo con un capo (product attachment) si sviluppa quando esso evoca esperienze positive, persone care o momenti significativi della nostra vita. I partecipanti alle interviste hanno sottolineato come certi capi siano legati ai ricordi di luoghi e di viaggi: un intervistato ha associato il suo zarape ai viaggi in Messico con la famiglia, mentre un’altra ha descritto la sua sciarpa acquistata a Camden Market come «insostituibile: custodisce molti ricordi, è stata con me in tutto il mondo».

Anche l’estetica e le fibre naturali contribuiscono all’attaccamento: materiali piacevoli al tatto, durano nel tempo e rispettano valori etici aumentano la connessione emotiva con il capo. Come osserva un’intervistata, indossare il suo huipil o il suo rebozo la fa sentire «avvolta da forza, solidarietà e connessione», dimostrando come l’abbigliamento possa influenzare il benessere emotivo.

Infine, l’uso continuo e versatile dei capi rafforza il legame: oggetti funzionali e resistenti, che possiamo usare in contesti diversi diventano parte della nostra vita quotidiana, intrecciandosi con la nostra identità e la nostra storia personale. Sintetizzando, i principali fattori che aumentano l’attaccamento sono: ricordi di persone, eventi e luoghi; supporto all’identità personale; utilità; piacere; valore e affidabilità del capo. In altre parole, ci affezioniamo ai vestiti perché rappresentano un’estensione della nostra storia, della nostra identità e dei nostri valori, oltre a fornire piacere sensoriale e utilità pratica.

[📸 IPA]

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