Rick Owens ha una qualità che non tutti i designer possiedono e che in realtà distingue un buon creativo da un grande nome della moda: la capacità di restare sempre fedele a se stesso, riuscendo però ogni volta a sorprendere. È proprio questa tensione tra coerenza e imprevedibilità che gli ha permesso di conquistare Parigi – partendo da una nicchia ristretta, quasi come una comunità di adepti più che di appassionati, vista la natura quasi rituale delle sue creazioni – fino ad arrivare a un pubblico globale. La sua estetica, spesso semplificata con l’etichetta “dark”, è in realtà molto più complessa e attraversa il perturbante, il marginale e tutto ciò che è volutamente disturbante, per dare forma e visibilità a corpi e immaginari che raramente trovano spazio nel glamour tradizionale delle passerelle. E come spesso accade nella moda, quando una sottocultura viene riconosciuta e validata dal sistema, finisce per trasformarsi in linguaggio mainstream: la provocazione diventa estetica e il margine diventa centro. È successo anche a Rick Owens, che però, invece di addomesticare il suo universo creativo, ha scelto di usarne il successo come amplificatore del proprio linguaggio.
Con la collezione Rick Owens Men’s SS27, appena sfilata a Parigi, questa operazione raggiunge uno dei suoi punti più estremi (almeno per ora). Il designer esaspera ulteriormente le proporzioni, portando all’estremo la sua ossessione per i volumi: le silhouette si dilatano, si deformano, si moltiplicano, fino a trasformarsi in architetture indossabili. Anche elementi già diventati virali in passato, come gli stivali gonfiabili, tornano a ridefinire il confine tra corpo e oggetto nonché tra funzione e provocazione.
Ma il vero fulcro della sfilata è la collaborazione con adidas, che arriva quasi 10 anni dopo la loro prima collab del 2017 e che introduce un ulteriore livello di tensione nel lavoro di Rick Owens. Le iconiche tre strisce dello sportswear si innestano nel suo universo oscuro e scultoreo, generando un cortocircuito visivo tra performance e streetwear. Dire semplicemente “oversize” sarebbe riduttivo: i capi presentati, dai bomber destinati con ogni probabilità a diventare virali, fino alle tute strutturate con sistemi di ventilazione interna, sembrano pensati più come organismi che come vestiti. Come riporta Hypebeast, il designer ha lavorato con la tecnologia Climacool di adidas per creare giacche che si gonfiano trasformandosi in enormi “bolle” scultoree, permettendo a ventilatori integrati di raffreddare chi le indossa. A questo si aggiungono shorts dotati di ventole e un gilet refrigerante (la nuova innovazione di adidas per i calciatori che affronteranno il caldo estremo dei Mondiali 2026), dando vita a quello che Rick Owens definisce un “sistema di aria condizionata personale”.
Accanto a queste estremizzazioni, però, emergono anche proposte più “indossabili”, almeno secondo il linguaggio Rick Owens: tute iconiche reinterpretate attraverso la sua estetica, capi che diventano uniformi per creature notturne, arricchiti da mantelli, volumi teatrali e silhouette scultoree che trasformano il corpo in presenza scenica. Ed è qui che torna la sua vera forza, quello di cui parlavamo prima: la capacità di ripetersi senza mai risultare prevedibile. Rick Owens fa sempre, in fondo, lo stesso gesto creativo, ma ogni volta riesce a farlo sembrare nuovo, più radicale, più necessario.
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