Ready-to-wear: nascita, successo e controversie del pronto moda

Nonostante il crescente interesse internazionale nei confronti delle FW dedicate ai brand che si occupano di Ready-To-Wear (molti dei quali, come Prada, con un fatturato in continua crescita), è ironico pensare che l’idea di queste collezioni, con capi destinati ad una produzione in serie, non tantissimi decenni fa semplicemente non esistesse. Comprare un abito, per una donna (o un uomo), del XIX secolo significava ordinare modelli dai manichini che giravano nei salotti dell’alta borghesia, oppure lo si faceva confezionare su misura dai propri sarti di fiducia; ma la natura altamente decorata della moda dell’epoca (specialmente femminile) ne rendeva impossibile la duplicazione.

L’inizio di questo processo di industrializzazione della moda, avviene dopo la Seconda Guerra Mondiale, intorno agli anni ’50 per soddisfare la crescente domanda di vestiti accessibili e di tendenza, permettendo alle persone di acquistare capi già pronti senza dover ricorrere a un sarto o attendere la produzione su misura. Affinché, invece, un brand di moda si dedicasse a capi confezionati in più taglie, era necessario che l’abbigliamento si evolvesse verso una silhouette più rilassata e votata ad una certa praticità.

È con l’apertura della boutique di Yves Saint Laurent sulla Rive Gauche nel 1966, che nasce il concetto di abiti di alta fattura che potevano essere acquistati e indossati il giorno stesso. Mentre in Italia dobbiamo aspettare il 1971 il rivoluzionario Walter Albini che sceglie Milano come sede della prima sfilata della sua linea Prêt-à-porter, dando inizio, con grande entusiasmo da parte di maison come Krizia e Missoni, alla prima “Settimana della Moda milanese”.

Sebbene con il passare degli anni si è visto un crescente investimento nel processo produttivo della moda “pronta da indossare”, che ha permesso la realizzazione di capi avanguardisti e complessi dal punto di vista della manifattura, è la sua natura industriale, la principale differenza tra il Ready-To-Wear e le creazioni destinate all’Haute Couture, che invece mantengono ancora una produzione artigianale e realizzata a mano da sarti altamente specializzati.

Uno dei rovesci della medaglia è che è proprio in questo continuo sviluppo tessile industriale che si inseriscono realtà come quella di Shein, tra i massimi esponenti del fast-fashion, che cavalcando la frenesia consumistica degli ultimi anni grazie ad un pricing super competitivo, ha intensificato la produzione a sfavore della qualità, del benessere dei suoi dipendenti e della sostenibilità. Se da una parte la domanda dei consumatori è ancora alta, negli ultimi anni tra Covid, una preoccupante crisi climatica già in atto e innumerevoli denunce di lavoratori per una scarsa qualità delle condizioni di lavoro, stanno prendendo piede sempre di più delle nuove consapevolezze etiche, appoggiate anche da pietre miliari come Giorgio Armani, che si è sempre fatto portavoce di ritmi meno eccessivi e frenetici, a favore di una moda di qualità e duratura nel tempo. Il tema è ancora caldo e controverso, ma trovare un equilibrio tra qualità, un prezzo sostenibile e una policy sempre più etica sarà senza dubbio la grande sfida che il pronto-moda dovrà affrontare da qui ai prossimi anni.

[📸 Pixelformula / IPA]

Tags: Haute Couture , Fast Fashion , ready to wear , pronto moda