Stile VS Trend: un’eterna battaglia che è dura a morire e che oggi, più che mai, sentiamo attuale. Lo stile è, per sua stessa definizione, quell’insieme di elementi e caratteristiche che compongono una modalità d’espressione personale distintiva. Applicabile alla scrittura, nelle arti, così come nel comune senso del vestire – campo in cui è terminologicamente più utilizzato nella contemporaneità -, la parola stile è stata probabilmente abusata nella veridicità del suo significato più profondo, arrivando inevitabilmente a perderlo. Tutti vogliono avere stile, o si vantano di averlo, ma in quanti possono realmente affermare di possederlo, con autentica consapevolezza? Partiamo innanzitutto dal presupposto che una persona realmente di stile non parlerà mai di stile: quando una cosa è intrinseca nella nostra natura e l’abbiamo fatta nostra con il tempo, non c’è bisogno di urlarla ai quattro venti. Questo non ha nulla a che vedere con il concetto obsoleto di buon gusto e cattivo gusto: lo stile può essere eccessivo, eccentrico, anche di “bad taste”, la sua prerogativa è che debba essere assolutamente personale e debba parlare di noi. Una persona di stile non è solo quella che viene comunemente riconosciuta come elegante perché discreta, sofisticata, minimale. Lo stile non ha codici o parametri, né limitazioni: deve essere una trasposizione visiva e fattiva della nostra essenza. Quando ci si sente confident nella propria pelle e con i propri vestiti, allora vuol dire che abbiamo fatto un buon lavoro.
Ma in quanti oggi possono realmente dire di applicare questo approccio autentico con le proprie scelte in fatto di abbigliamento e look in generale? Un tempo, quasi spontaneamente, la gente era spinta a tirar fuori il proprio gusto anche con piccoli e semplici dettagli. Ogni epoca ha sempre avuto i suoi diktat e le tendenze generaliste sono sempre esistite. Eppure, paradossalmente, anche nella rigidità di certe imposizioni del passato c’è chi ha scelto di ribellarsi destinandosi inevitabilmente all’iconicità. Oscar Wilde amava passeggiare con un giglio o un girasole nel taschino della sua giacca, la marchesa Luisa Casati amava un trucco forte, con occhi cerchiati di nero e labbra rosse, in un periodo storico dove il make-up eccessivo era considerato licenzioso. Jane Birkin indossava cestini di paglia anche nelle occasioni mondane e ben prima di diventare la musa della It-Bag più famosa al mondo, mentre Chloë Sevigny negli anni ’90 ci ha insegnato che è ok mixare capi da skater con sottovesti vintage. Dopo di lei e le icone degli anni ’90 come Kate Moss e Carolyn Bessette, negli anni 2000 le ultime a dar voce a una personale comunicazione di una visione stilistica sono state Alexa Chung, che ha segnato un’epoca, Sienna Miller, le gemelle Olsen. Forse, e voglio affermarlo pur sapendo che potrebbe risultare una provocazione, Kim Kardashian può essere considerata l’unica icona degli anni 2010. Seppur non sia immune dal cambiamento di stili, soprattutto oggi, tutto sommato è stata fautrice di un nuovo modo di concepire la femminilità: corpi sinuosi, make-up scolpito ma non esagerato, enfatizzazione della silhouette, color palette nude. Ma anche Kim ha fatto il suo tempo e per la Gen Z riconoscersi in una personalità davvero carismatica, sembra impresa ardua. Ma forse a loro va bene così.
Da millennial, se ritorno indietro ai tempi della mia adolescenza, ricordo perfettamente che ispirarsi alle it-girl era perfettamente naturale. Guardavi una puntata di The O.C. o di Gossip Girl e cercavi di riprodurre quel look di Marissa Cooper o Blair Waldorf: tutto nella norma, era parte del flusso, e seguire le tendenze di un periodo non va demonizzato, perché sono sempre esistite e sempre esisteranno. Ma ricordo con piacevole nostalgia che vi fosse un incoraggiamento molto più vivo nella sperimentazione personale: vedere Alexa Chung a Glastonbury indossare mini salopette di jeans abbinate a camicie vittoriane e stivali da pioggia, il tutto condito da Borsalino in paglia, faceva venire voglia di mettersi alla prova con la creatività, anche se gli esperimenti non erano poi sempre riusciti. Ma c’era questo senso profondo di volersi distinguere, di voler fare la differenza, di essere unici. Ora, l’omologazione ha definitivamente prevalso sul senso indentitario. I microtrend si muovono più velocemente di quanto possiamo metterli davvero in pratica. Che sia la Labubu Mania, il revival dei pois o la Tomato Summer Girl, le persone – e non parlo solo della Gen Z – passano da uno stile all’altro senza nemmeno capire cosa stanno facendo esattamente. Semplicemente, vedono che è diventano virale e lo trovano carino, e pertanto cercano di riprodurlo. Pigrizia e benemerito dell’algoritmo, nessun rischio, nessuna riflessione, nessuna ricerca. La moda, dall’alto, non ha fatto nulla per impedire questo processo, ma anzi continua lei stessa a fomentare questo senso di appiattimento, dove tutto va bene perché, di fatto, nulla ha veramente importanza. Per questo, non stupiamoci di trovare Kylie Jenner nella campagna di Miu Miu, ma concentriamoci sul perché stiamo perdendo interesse nel comunicare noi stessi, chi siamo e cosa vogliamo. Sì, anche con dei vestiti.
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