Polimoda: i nuovi talenti sfilano alla Stazione Leopolda di Firenze

Il Graduate Show di fine anno è sempre un’emozione unica. Studenti da ogni parte del mondo, che scelgono di impegnarsi quotidianamente per poter dare voce ed espressione al proprio talento e visione creativa, portano in passerella il frutto di sacrifici e dedizione, inaugurando, di fatto, il primo tassello verso quella che si spera possa essere una carriera promettente e costellata di gratificazioni. È un po’ il clima che si è respirato ieri pomeriggio, 16 giugno 2025, a Firenze, in occasione del Graduate Show del Polimoda, istituzione Italiana per quanto riguarda moda e design. Nella cornice industrial della Stazione Leopolda della città si è tenuta la sfilata di fine anno, con ben 17 designer che hanno avuto l’occasione di presentare le proprie collezioni a un pubblico vasto e variegato, nonché a una giuria presidiata da nomi importanti del fashion system.

Ogni capo, infatti, è stato ideato, sviluppato e realizzato nei nuovi laboratori del Manifattura Campus, sotto la guida di alcuni dei più noti professionisti del settore – a partire dalla direzione di Massimiliano Giornetti, alla consulenza di An Vandevorst, fino all’esclusiva mentorship di Tim Blanks, uno dei massimi critici della moda contemporanea. La giuria, chiamata a eleggere la “Best Collection 2025” che verrà svelata il 25 giugno 2025, è stata invece composta da Michèle Lamy, artist, producer, performer e Co-Founding Partner di Owenscorp, Luc Tuymans e Carla Arocha, celebri visual artist internazionali, Ahmad Daher, RTW Atelier Manager di Ferragamo, Tiziana Cardini, Fashion critic di VogueRunway e Vogue.com, e Marco Rambaldi, Co Owner & Creative Director del brand omonimo.

Il risultato è stato una moda ancora incontaminata, priva delle sovrastrutture dell’industria e delle pressioni commerciali. Non una reinterpretazione di tendenze, ma il coraggio di sperimentare linguaggi, materiali e silhouette che suggeriscano qualcosa di completamente nuovo, capace di sorprendere. È l’incontro tra le proprie radici e l’urgenza di dialogare con il mondo contemporaneo. Dalla reinterpretazione in chiave contemporanea dell’“urban armour” a un viaggio metaforico nell’Artico sulle orme di un celebre esploratore; dal confronto tra riti di passaggio giapponesi e messicani a un omaggio alla forza e alla bellezza materna; dall’ascesa sociale nelle élite argentine alla libertà creativa offerta dalla costa italiana. Senza trascurare l’esperienza disorientante di una vita vissuta tra culture diverse, la nostalgia dell’infanzia nel West rurale americano e il contrasto tra controllo e libertà – ispirato all’architettura brutalista e alla letteratura distopica del Novecento. Ogni collezione composta da sei look ha raccontato un viaggio di autoscoperta dando vita a un caleidoscopio di visioni che anticipa il dibattito contemporaneo sulla moda.

Ma chi sono i designer che hanno avuto l’occasione di presentare la collezione? Troviamo l’italiana Elena Azeglio che ha proposto un’armatura urbana contemporanea ispirata al paracadutismo militare e alle armature dei samurai; Veronica Bezzeccheri, italo/colombiana, che ha revocato con ironia le disavventure di pesca del padre; Nansen Capici ha invece elaborato un viaggio personale verso l’autenticità e l’introspezione. Il russo/israeliano Grigory Fedenko ci ha portato invece a riflettere sul concetto di potere attraverso simboli di ascesa industriale e corrosione morale; la sudafricana Chloe Geyer ha invece tradotto i ricordi d’infanzia in una foresta dando forma a un romance nostalgico e giocoso.

È poi il turno di Naomi Guzman Doran, messicana, giapponese e salesiana, che ha esplorato la propria identità biculturale fondendo i rituali di passaggio del Seijin Shiki giapponese e della Quinceañera messicana; Huang Ying, di origini ungheresi e cinesi, ripercorre un viaggio alle origini e alla forza della figura materna; ancora l’Italia con Leonardo Iori, che ha rappresentato l’animale che è dentro di noi e il lato più feroce dell’alta società; Derin Kemer, dalla Turchia, ha incarnato la presenza autorevole della madre in silhouette oversize; l’ungherese Mandula Maczkó ha invece dialogato con le radici ungheresi fondendo la bellezza rustica dell’abbigliamento contadino tradizionale con l’opulenza del patrimonio folcloristico.

Dall’Argentina, Keila Melany Mirmina ha messo in scena un gaucho ribelle in viaggio da una piccola città verso una Buenos Aires privilegiata, in una critica all’élite sociale; l’italiano Filippo Montanini ha celebrato la fluidità e l’erotismo disco di Riccione con satin scintillanti, righe marinare e techno-pizzo; di origini statunitensi e norvegesi. Sophia Marais Ostervold ha unito sport estremo e abbigliamento tecnico a suggestioni sacre e religiose; Samuele Pampaloni ha trasformato l’umiliazione subita online in una narrazione che oppone vulnerabilità e autorità.

L’americano Joseph Thomas Prince ha omaggiato i ricordi della fattoria di famiglia, tra nostalgia rurale e modernità raffinata; la russa Eseniia Rybnikova ha costruito dualità orwelliane in geometrie brutaliste sovrapposte a capi quotidiani; dall’Iran Farnia Salim ha narrato il contrasto tra due mondi nel limbo tra restrizione e liberazione nel womenswear ispirato al Qajar; la paraguaiana Sofia Sapena ha preso in giro la frivolezza dell’umanità evocando l’immagine e l’ironia del nonno. Dal Perù, Isabella Valdez ha interpretato l’esperienza personale dell’immigrazione come una ricerca giocosa di casa; infine, Amina Vanneling, iraniana/svedese, ha narrato l’incontro casuale di sei sconosciuti sotto la pioggia, in un tipico pomeriggio di settembre a Göteborg.

Chi sarà il vincitore? Lo scopriremo il prossimo 25 giugno.

[📷Courtesy of Polimoda]

Condividi l'articolo sui social: