Phoebe Philo torna a raccontarsi: «Ci vogliono tempo e fatica per fare la maggior parte delle cose che hanno un significato»

Intervistata da Vanessa Friedman per il “New York Times”, Phoebe Philo è tornata a raccontarsi a 10 anni dalle sue ultimi dichiarazioni. Dopo aver riacceso l’entusiasmo del fashion system grazie a un attesissimo ritorno sulle scene con il suo brand omonimo, la designer britannica simbolo di una moda femminile che, prima di qualsiasi trend, gridava quite luxury, secondo quanto riportato “non è mai stata così interessata a spiegarsi”. 

Dalla sua nuova sede ancora in costruzione a Ladbroke Grove a Londra, Phoebe Philo, nota per la sua riservatezza tradotta da sempre anche nelle sue creazioni prima per Clhoè, poi per Celine – ai tempi Cèline – e da sempre osannata dalla critica, ha deciso di chiarire alcuni punti riguardo il nuovo percorso intrapreso con il brand che porta il suo nome che, nonostante abbia diffuso gioia tra i nostalgici, ha generato anche alcune polemiche, in particolare per i prezzi ritenuti proibitivi da molti. La lunga intervista è suddivisa in più temi che ripercorrono alcuni punti salienti delle critiche ma anche delle abitudini della designer – che forse al giorno d’oggi non rappresentano più un plus – come l’eccessiva riservatezza e la mancanza di narrazione dietro le collezioni, di cui Phoebe Philo ha spiegato: «Non sento che ci sia bisogno di una grande quantità di narrazione. (…)  Sento che non è necessario. In una certa misura, o ti piace o non ti piace. Qualcuno che mi racconta una storia non mi farà piacere di più (un capo, ndr.). È un cappotto. Sono un paio di pantaloni. Apprezzo un certo livello di schiettezza».

È forse la designer più riservata di sempre, prima ancora delle gemelle Olsen di The Row che recentemente hanno fatto discutere per il divieto dei cellulari alla loro ultima sfilata. «Non so mai cosa aspettarmi», ha detto Phoebe Philo: «(…) Con qualsiasi cosa io faccia, tendo a costruire naturalmente in un po’ di distanza, che probabilmente è solo autoprotezione. In realtà è stato qualcosa che penso di aver praticato fin dall’infanzia. Attraverso alcune esperienze, forse amicizie e relazioni, ho imparato che a volte può essere una buona idea mantenere un po’ di spazio tra te stesso, il tuo sé interiore e le sensibilità, e quella roba. Nel mondo di oggi, forse è una necessità».

E sulle altissime aspettative che riguardavano le collezioni che portano il suo nome, ha spiegato: «Potrebbe esserci stata l’aspettativa che avrei potuto fornire immediatamente tutto a tutti. E questo non è possibile. Ci vuole tempo e fatica per fare la maggior parte delle cose che hanno un significato. Si deve difendere qualcosa». Il suo lavoro, infatti «È molto intuitivo», afferma la designer: «Una risposta a ciò che vedo intorno a me, come vedo le donne che si vestono, come mi sento, il mio rapporto con i vestiti». Nel corso dell’intervista sono intervenuti anche alcuni collaboratori, clienti e conoscenti dell’osannatissima designer, alcuni dei quali hanno raccontato: «(Quelli di Phoebe Philo, ndr.) Sono vestiti per una donna che non vuole essere sessualizzata, ma non negano la sua sessualità». O ancora: «Non ha mai voluto dare alle persone ciò che vogliono. O, meglio, vuole compiacere ma non nel modo in cui ti aspetti di essere soddisfatto».

Lei la moda la fa a modo suo. Non ci sono trend, ma capi senza tempo che hanno il diritto di essere indossati ancora e ancora: «Oggi continuo a indossare vestiti che ho da 20 anni. Uno dei miei pantaloni preferiti è un paio di Chloé che ho fatto. Sono importanti per me, questi pezzi. Non voglio sbarazzarmene». La sua visione, non solo dello stile ma anche del lavoro, è chiara. La prima designer ha prendere il congedo di maternità quando era da Chloè, ma anche, come afferma Vanessa Friedman: «Quando la signora Philo ha lasciato la moda, c’era un senso generale di lutto – e una tendenza a vederlo come un’accusa del “sistema”, quella forza amorfa che abusa della creatività in nome del commercio».

Un’intervista che si conclude con la conferma della visione radicale della designer, che riguardo la spettacolarità della moda, ha dichiarato: «Nel mondo d’oggi, dove c’è così tanta moda, e così tanto grande moda, cerco di ricordare che la maggior parte delle grandi case iniziato con un essere umano che aveva un’idea di quello che voleva fare».

[📸 WENN / MEGA]

Condividi l'articolo sui social: