Se vi dicessimo che ora “l’aesthetic” di un profilo Instagram potrebbe essere soggetta a copyright, ci credereste? Forse dovreste, perché un recente caso di cronaca negli Stati Uniti ha sollevato la controversa questione. La querelle, riportata dal NY Times, vede protagoniste due influencer, Sydney Nicole Gifford e Alyssa Sheil. Gifford, infatti, avrebbe citato in causa Sheil, accusandola di averle “rubato” l’estetica di Instagram attraverso un presunto spionaggio estetico. Le due sarebbero uscite insieme due volte per scattare dei contenuti, ma la Sheil avrebbe poi bloccato la Gifford sui social in quanto, a suo dire, non si sarebbe trovata bene con lei e avrebbe deciso di troncare i rapporti. Gifford al contrario sostiene che questa mossa sarebbe stata studiata per non mostrare l’effettiva appropriazione dell’immagine ai suoi danni. Gifford l’ha dunque citata in tribunale, esprimendo la necessità di dover sottoporre buona parte dei suoi post Instagram a copyright.
Sebbene la questione possa sembrare fin troppo leggera per meritare un processo, questa ha portato alla luce una dinamica nemmeno così nuova al mondo dei diritti sui social, dove vigono sempre più regolamentazioni su sponsor e partnership. Ma potremmo dire lo stesso anche per l’estetica di un feed? Messo a paragone, lo stile delle due è molto simile: palette dai colori clean, minimalismo, interior degni di Westwing. Il fatto è che di profili Instagram del genere ce ne sono a milioni.
Quello che ci sarebbe da multare, forse, dovrebbe essere la mancanza di personalità e creatività, con profili così uguali tra loro da chiedersi davvero se il problema sia il caso specifico o una specie di passiva simbiosi collettiva. Riflettiamo sul disperato bisogno di omologarsi, ancora troppo diffuso sui profili social: la realtà è che non vi è alcuna “vibe” o “aesthetic”, ma solo un noioso processo di copy-paste che riflette una profonda mancanza di contenuti personali. Questo è il vero dramma, altroché.
[📷 Instagram: alyssasheill, sydneynicoleslone]