Molti concordano sul fatto che la solitudine in aeroporto sia una delle sensazioni più affascinanti da vivere. Forse perché, in quel luogo dove tutto scorre senza mai fermarsi, siamo soli, ma circondati da altre solitudini. Come ci insegna Marc Augé, l’antropologo e filosofo francese che ha introdotto il concetto di nonluogo, gli aeroporti – insieme alle stazioni, ai centri commerciali e a tutti quei luoghi di passaggio – sono spazi dove le persone si sfiorano senza incontrarsi davvero. Sono destinati alla circolazione, al consumo, alla comunicazione veloce, contrapposti ai luoghi antropologici, dove gli individui non si limitano a condividere uno spazio fisico, ma entrano in relazione, creando legami e scambi autentici.
Quella stessa convivialità che si respira nelle piazze, nei caffè, nei ristoranti, definiti luoghi antropologici proprio perché qui le storie personali si intrecciano, dando vita a nuove narrazioni. I nonluoghi, invece, sono sospesi nel presente, specchio perfetto della nostra epoca: figli della società submoderna, simboli di precarietà e transitorietà, dove ogni incontro è fugace e ogni passo è rivolto altrove.
Se identità, storicità e relazionalità sono i pilastri dei luoghi antropologici, i nonluoghi esistono per negare quegli stessi principi. Questo pensiero ha influenzato persino l’architettura, che cerca di dare forma a spazi in grado di esprimere l’identità di chi li vive e di favorire connessioni umane. Relazioni che prendono vita attorno a un tavolo in un ristorante o al bancone di un bar di quartiere. Ma non tutto è così netto: ci sono nonluoghi che, nel tempo, si sono trasformati in veri spazi di incontro. È il caso dei centri commerciali e dei fast food che, nel contesto della globalizzazione, hanno assunto un ruolo diverso, diventando luoghi di socialità, dove le persone non si limitano a consumare, ma condividono un tempo comune.
In fondo, anche i nonluoghi raccontano qualcosa di noi: di chi siamo, della nostra incessante ricerca di identità e di quella silenziosa connessione con gli altri, che esiste, anche senza bisogno di parole.
[📸 IPA]