New York Fashion Week: potenza economica e fragilità creativa

Fare un resoconto della settimana newyorkese mi provoca, ogni volta, più o meno la stessa sensazione: una percezione diffusa di prudenza, quando non di vera e propria mancanza di coraggio. Un’innovazione trattenuta, forse perché guidata da una ricerca non sempre lucida, priva di un DNA chiaramente definito.

Il problema della fashion week di New York è che, stagione dopo stagione, non riesce a gettare le basi non tanto di quelli che saranno i futuri trend, che sarebbero il sintomo di un carattere forte, quanto di un’identità plausibile, riconoscibile, dotata di un DNA solido e duraturo. Le collezioni appaiono spesso annacquate, abbozzate, intrappolate in tentativi che nella maggior parte dei casi risultano fallimentari. La mia impressione è sempre la stessa: è come se i brand stessi fossero alla ricerca di rassicurazioni, quasi smarriti nel ruolo di “apripista” del calendario internazionale: come quando sei il primo della fila chiamato a dare il tono all’esercizio, ma non sei abbastanza sicuro da farlo senza esitazioni.

Brand come Michael Kors hanno messo in scena una collezione erratica, che oscilla tra completi ton sur ton piuttosto anonimi e abiti dalle forme difficilmente indossabili, in quello che sembra un goffo tentativo di dimostrare innovazione. Proenza Schouler ha riproposto tagli e modelli come se i precedenti direttori creativi non se ne fossero mai andati. Cosa che di per sé non è necessariamente un male, ma appare sintomatico di un mancato coraggio e troppa cautela da parte della nuova direttrice artistica, Rachel Scott, fondatrice di Diotima, brand che ha sfilato anch’esso raccogliendo un generale consenso, sebbene nulla, a mio avviso, risultasse davvero memorabile. Alcuni marchi, come Area, restano ancorati a un’estetica passata senza riuscire a evolversi in modo coerente. Area, in particolare, sembra non essersi mai davvero ripresa dallo stesso guizzo frivolo di femminilità che l’aveva spinta per esempio alle applicazioni gioiello sui capelli di qualche stagione fa, presentando in questa occasione mini abiti da sera civettuoli ma estremamente anonimi che avrebbero potuto essere concepiti dieci anni fa. Anche Khaite, pur vantando un parterre di ospiti celebri e le top model più ambite del momento, fatica a trasmettere un messaggio coeso. L’estetica dark e misteriosa rimane coerente con le origini del brand, ma i singoli capi sembrano attingere ai trend del momento, dalla napoletana jacket al velluto in chiave neo-romantica, senza riuscire a renderli davvero propri. Lo stesso discorso vale per Sandy Liang. Nato come marchio fresco, capace di fare dell’estetica baby doll e naïve un tratto distintivo delicato e portabile, in questa ultima collezione propone vestitini in raso colorato spinti all’estremo, in ensemble che sembrano aver perso quell’appeal femminile e quotidiano che ne decretava la forza.

Solo alcuni brand, guarda caso quelli che affondano le radici in un imprinting storico ben definito, riescono ancora a risultare credibili. Emblematico l’esempio di Ralph Lauren, che ripropone il proprio DNA con una collezione costruita sulle sfumature del marrone, ravvivate da accenti sperimentali che non ne stravolgono però la semplicità di fondo. La sperimentazione si manifesta in dettagli “armor”, richiami a un’estetica medievale che spaziano dalle maglie in rete metallica agli accessori argentati. Tuttavia, questi elementi si percepiscono come sottili variazioni sul tema, non come rivoluzioni: la linea resta chiara, coerente, riconoscibile.

Lo stesso si può dire per Calvin Klein, forse l’esempio più emblematico. Ripercorrendo i codici degli anni ’90 che hanno segnato la storia del marchio, la direttrice creativa Veronica Leoni riesce a rendere giustizia a quella che potremmo definire la quintessenza del lusso americano. La donna Calvin Klein è profondamente americana: è quella che preferirebbe morire piuttosto che essere vista con un logo. È la donna che taglia l’etichetta a un maglione di Hermès perché le dà fastidio. Sceglie l’eleganza per eccellenza senza rinunciare alla praticità, con una nonchalance che la contraddistingue. Calvin Klein nasceva così: fresco, moderno, negli anni ’90 simbolo di un’eleganza effortless fatta di tagli puliti e precisi. Il motto dell’ultima sfilata recitava: “Dressing as an enhancement rather than concealment.” Qui “enhancement” non significa eccesso, virtuosismo o decorazione superflua. È piuttosto un’elevazione della pulizia formale, un minimalismo estremo che amplifica, invece di mascherare, l’identità di chi indossa il capo. Leoni ha saputo catturare con lucidità lo street style newyorkese: tailoring rigoroso per abiti e blazer, trench in tessuti leggeri come carta, silhouette essenziali ma incisive. Al netto di qualche abito in cui si concedono virtuosismi non necessari, la collezione rappresenta una continuità credibile di ciò che Calvin Klein è stato e può essere nel 2026.

Fatte queste eccezioni, la settimana della moda di New York rimane nel complesso piuttosto blanda, confermando la sua posizione di apripista timida forse sommersa da aspettative commerciali troppo elevate. Mi sorge infatti sempre lo stesso dubbio: come mai proprio la settimana di New York, palcoscenico di brand che hanno sostanziali finanziamenti, ben più che in Europa, fallisce sempre di stupire? Forse è proprio il sovraccarico economico a dettare il poco coraggio? Ad ogni modo, il retrogusto rimane lo stesso: “vorrei ma non posso”- o forse, più precisamente, di “vorrei, ma non so se riesco”.


[📷 Instagram:calvinklein]

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