Naska ci presenta “La mia stanza”: «È un po’ lo specchio di me stesso»

Ribelle, ragazzino, punk. Ce ne sarebbero tante di parole per descrivere Diego Caterbetti, in arte Naska. Un ragazzo di 25 anni – che se ne sente 19 – dalle molteplici anime, sfaccettature. Una vita e una carriera divisa in due, il “Diego buono”, tra studio, Twitch, pausa pranzo e casa, e semplicemente Naska. Rubacuori, scatenato, folle. E il suo nuovo disco “La mia stanza” rappresenta metaforicamente tutto questo. L’ordine e la follia. Il punk rock sfrenato e le ballad. Noi di Whoopsee lo abbiamo intervistato cercando di scoprire il presente e il futuro dell’artista, nella “classe” di Spotify Radar Italia 2023 degli artisti più promettenti, che giovedì 1° giugno aprirà il concerto dei Sum 41, nel loro tour conclusivo prima dello scioglimento.

Ciao Diego, ci racconti il tuo nuovo album “La mia stanza”? 

“La mia stanza” che è il nome del disco, l’ho scelta perché un po’ “La mia stanza” è me, no? È un po’ lo specchio di me stesso. C’è la parte ordinata, quella che la gente vede in webcam, tipo su Twitch, ecc. E c’è la parte nascosta, che è quella che è un disastro, come me. Che però non è quella nascosta in me. Che è un disastro in cui ci sono i panni, c’è qualsiasi cosa, e quindi… questo dualismo della stanza è anche dentro al disco. Per questo che il disco si chiama così. 

In questa stanza, questo dualismo di cui parli, riguarda un po’ anche la tua doppia carriera che stai portando avanti, anche quella su Twitch? 

Mah, Twitch lo uso più per la musica. È diventato quasi un hobby, streammare. No è più una dualità nella vita reale. Racconto spesso che mi succede. Dal lunedì al venerdì io sono megaschematico. Vado in studio, faccio pausa pranzo, stacco dallo studio, faccio cena e vado a dormire, perché sto K.O. Questo dal lunedì al venerdì, il Diego bravo. Poi c’è Naska, quell’altra persona, come Mister Hyde, che esce il sabato e la domenica. A volte si sveglia al pronto soccorso, a volte non c’ha una gamba, eh. Quel dualismo lì, intendo…

Ma questo concetto del dualismo riguarda anche la tua sfera musicale, ma anche caratteriale… 

Sì, nel disco vivono queste due personalità mie che però hanno un punto di incontro che è quello del romantico, dell’amore. Infatti anche nella canzone “Fuori controllo”, che è quella più scanzonata, alla fine dice “dal lunedì al sabato faccio così, ma poi la domenica torno da te”. Sia nella canzone “Nessuno” che invece è proprio una canzone d’amore, triste, ma una canzone d’amore.

«A scuola facevo schifo ma sono entrato nella classe Radar2023 di Spotify Italia», hai detto per festeggiare questo traguardo prestigioso. Ma puoi spiegarci un po’ questa, possiamo dirlo, filosofia del “fare schifo”? 

Sono il Kant del “fare schifo”, io. “Fare schifo” perché… io dico ragazzi, è giusto lavorare. Io lavoro, fare musica, fare tutto quanto questo qui è come un lavoro, no? Però è giusto e bisogna fare schifo, perché altrimenti gli altri giorni che si lavora, si lavora male. Se non ti fai il regalino a fine settimana, di una settimana di lavoro, se non fai schifo, lavorerai la settimana dopo. Questa è la mia filosofia. 

In “Pronto soccorso” c’è una fotografia poco lucida di una serata abbastanza tormentata, dici “Ho 25 anni ma sono un ragazzino”. Quanto ti riconosci in questa frase? 

Mia frase preferita forse del disco. Mi ci riconosco parecchio perché voglio fare il maturo, in tante tracce sembro quasi maturo, ma in realtà sono un ragazzino. O sto a mille o sto a zero, non ho mezzi termini. Quindi quando perdo la testa per le ragazze o la ragazza, a mille. Non c’è quella via di mezzo. Quindi gelosia… è tutto rapportato al mille. E quindi come dico nella canzone “sono un ragazzino che perde la testa e poi finisce al pronto soccorso a parlare con i dottori di te”. 

Adesso partirai con il tuo tour dal Mi Ami, ma soprattutto dall’aprire una delle band più di riferimento per generazioni come i Sum 41. Quando te l’hanno detto cosa hai provato?

I Sum 41 (ci mostra un tatuaggio ndr)… Ho la faccia del disco loro. Mi stavo per strozzare. Stavamo a pranzo e Carlo del Booking mi dice: “Guarda, forse oggi ci mandano le mail dallo Slam Dunk per darci la conferma oppure no se sei in apertura”. Mentre mangiavo è arrivata la mail, apre. Mi dice: “Diego ti hanno confermato, quindi apri i Sum 41”. Io, ti giuro, mi è rimasto qui il coso di pasta, stavo per soffocarmi. È stato forse uno dei pranzi più belli della mia vita. Non l’ho digerito, no. Ho iniziato a piangere, ma avevo gli occhiali da sole. 

Diego, ma quindi in tutto questo qual è il tuo sogno nel cassetto a 25 anni. Dove vorresti arrivare?

No, io ne ho 19 anni. Allora quando ero piccolo davo molto più peso al futuro, dicevo: “Cazzo un giorno voglio fare il cantante, voglio fare un tour. Voglio fare i miei dischi fisici, da avere in mano”. Adesso l’ho fatto e dico: “Vaffanculo non me ne frega un ca*zo che succede nel futuro. Mi sono tatuato “No future” qua di lato e chi vivrà vedrà…

https://youtu.be/LaGxlAbGB4U

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