Mugler SS26: il debutto di Miguel Castro Freitas rende omaggio al DNA del brand ma il risultato è decaffeinato

Mi capita spesso di utilizzare l’aggettivo decaffeinato per descrivere qualcosa, qualsiasi cosa che non sia sufficientemente impattante da scaturire in me dei giudizi netti. Nel bene e nel male. Ecco, il debutto di Miguel Castro Freitas alla direzione creativa di Mugler, avvenuto oggi a Parigi, mi ha provocato come immediata reazione semplicemente questo, “decaffeinato”. Non si può dire che sia stata una brutta collezione o che non abbia rispettato l’heritage del marchio, ma il risultato finale, nel complesso, manca di quel guizzo in più necessario a renderla davvero memorabile o quanto meno degna di nota.

Con più di 20 anni di comprovata esperienza negli uffici stile di marchi come Dior e Dries Van Noten, il designer portoghese ha senza dubbio dato prova di possedere una profonda conoscenza del marchio fondato da Thierry Mugler negli anni ’80, perché i riferimenti alle collezioni iconiche ci sono tutti. Dalle giacche strutturate da power woman con maxi spalline al plumage che arriva direttamente dagli archivi dell’indimenticabile sfilata couture “Les Insects” del 1997 e che viene reinterpretata oggi con un nuovo, pragmatico minimalismo, non è mancato anche un “abito dello scandalo”, il naked dress con protagonisti i capezzoli, che Mugler lanciò in passerella nel 1998.

Tutto corretto, ma ci è mancato quel brivido, quell’emozione in più che ha permesso allo show di vibrare davvero. Il recupero e l’omaggio degli archivi è senza dubbio il leitmotiv delle ultime stagioni: in un periodo di incertezze, si ritorna sempre dove si è stati meglio, ma soprattutto si riparte da ciò che si conosce meglio. Pertanto, il recupero del DNA delle maison è un atto necessario ma credo sia anche bello che un designer possa appropriarsene facendo emergere quello che è il suo punto di vista. La semplice rilettura dei codici del passato reinterpretati in chiave contemporanea è una formula che, a un certo punto, ha finito per annoiare tutti; è bello invece realizzare una mescolanza di energie creative dove passato e presente non sono solo delle fasi temporali ma sanciscono l’inizio di un nuovo corso, dove il senso del tempo resta puramente soggettivo.

Il merito di Casey Cadwallader, che ha diretto Mugler negli ultimi 7 anni prima della nuova nomina di Castro Freitas, è stato quello di aver riportato, soprattutto negli anni della pandemia, il brand a una nuova riconoscibilità e desiderabilità, tra inclusivity, riferimenti alla pop culture e anche alle sottoculture, ridefinendo i codici di una sensualità accattivante ma soprattutto fruibile alle young generation, che probabilmente ben poco conoscevano Mugler come marchio. Quella che è mancata in questa prima collezione di Miguel Castro Freitas è stata una cifra identitaria forte e incisiva, un’attitude che non può assolutamente mancare in un marchio come Mugler, storicamente conosciuto per il suo approccio teatrale, provocatorio, drammatico e irriverente. Quello che ci auguriamo di vedere nella prossima collezione di Castro Freitas è un’evoluzione propria del brand, e non soltanto un compito eseguito correttamente. Un compito decaffeinato per l’appunto.

[📷Getty Images] 

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