Moda e arte: a timeless conversation

“La moda è il mio lavoro e lo faccio con passione, ma è anche il mezzo finanziario che mi permette di dedicare tempo ed energie a ciò che più conta per me: l’arte”.
Miuccia Prada ci ha sempre tenuto a sottolinearlo, e non solo in questa affermazione. Lei, la regina incontrastata della moda, simbolo visionario osannato in Italia e all’estero, il mestiere della moda lo fa, e lo fa molto bene da tantissimi anni, ma è l’arte ciò che le fa battere davvero il cuore, e lo ha dimostrato con la sua Fondazione, ad oggi unicum celebrato in tutto il mondo per la sua selezione di artisti e la contaminazione con le diverse arti visive che all’interno di questo polo trovano ampio spazio e respiro. Miuccia del resto di arte ne capisce, e insieme al marito Patrizio Bertelli è annoverata tra i collezionisti più importanti al mondo.
Arte e moda, un connubio imprescindibile e sempre più frequente, che trova le sue origini in radici antiche. Come disse lo scomparso Germano Celant, che di Fondazione Prada è stato anche curatore
“ L’intreccio con la moda risale alla consapevolezza storica di un linguaggio che partecipa della cultura e inevitabilmente deve essere studiato e analizzato come fenomeno estetico estremamente influente sul nostro panorama e comportamento visuale. Quanto alle relazioni tra artisti e fashion designer, devo dire che c’è un notevole interesse da parte di entrambi. Gli artisti sono interessati all’impatto sociale che la moda ha nel mondo, da parte opposta, i nuovi fashion designer guardano attentamente alla fotografia di Joel Peter Witkin o a Jeff Koons, quanto all’arte «apocalittica» inglese, per realizzare le loro sfilate e i loro vestiti. È un processo inevitabile, che non significa l’osmosi o l’annullamento tra arte e moda, ma il potenziamento di territori di ricerca e di diffusione dei linguaggi.”
 
In effetti basta pensare ai ritratti ufficiali dei reali o dei personaggi di spicco del passato, o a certe sculture neoclassiche per comprendere l’importanza dell’abito e dell’immagine nelle arti figurative. Ma dobbiamo attendere il Futurismo per avere una testimonianza concreta di questo connubio. Il Manifesto del Futurismo di Marinetti (1909) spiega infatti come l’abito, frutto della moda profondamente connessa alla società, sia un perfetto strumento di propaganda perché è in grado di divulgare un’ideologia. La moda come modernismo e rivoluzione.  A Parigi nei primi del ‘900, il drammaturgo Jean Cocteau fa incontrare Coco Chanel e Pablo Picasso. Con il passare del tempo quell’amicizia, diventata poi sodalizio, si rafforza grazie a due progetti di Cocteau: Antigone nel 1922 ‒ le cui scenografie e maschere furono realizzate da Picasso e i costumi da Chanel ‒ e il balletto russo Le Train Bleu di Sergej Djagilev nel 1924. Ed è sempre a Parigi negli anni Venti e Trenta che l’arte prende finalmente forma su un abito: si tratta dell “L’abito Aragosta” del 1937, nato dall’incontro di due anime surrealiste e anticonformiste, Salvador Dalì e Elsa Schiaparelli.
Ma facciamo un salto oltre oceano, ed ecco uno shooting del 1951 per Vogue scattato da Cecil Beaton nella galleria Betty Parson di New York. In primo piano i capi di haute couture di Henri Bendel, invece sullo sfondo i dipinti di Jackson Pollock. Il fine di tutto il servizio fotografico? Dimostrare che gli abiti avevano la stessa importanza di un’opera d’arte. Nel 1965 Yves Saint Laurent realizza il Mondrian dress: simbolo di un grande cambiamento per la moda, viene ancora oggi conservato alla stregua di un’opera d’arte al Victoria and Albert Museum di Londra. Nello stesso clima di cambiamento e rivoluzione degli anni ’60 si inserisce la figura che forse più di tutte ha esemplificato il connubio tra arte e moda, portandolo anche su un livello popolare: Andy Warhol. Sono stati proprio i suoi famosi barattoli di zuppa a dare vita nel 1965 a un abito emblema della Pop Art: prodotto dalla Campbell’s Soup attraverso un’efficace campagna pubblicitaria, questo vestito dalla linea dritta altro non potrebbe riportare che la stampa serigrafata della lattina. Dopo il Soup Dress, tanti stilisti hanno celebrato la corrente artistica: da Halston, che collabora a lungo con il genio della Factory, a Gianni Versace, che nel 1991 realizza un’intera collezione ispirata alla pop-art di Warhol.
 
Se pensiamo a tempi più recenti il primo nome che ci viene in mente è sicuramente Marina Abramovich; l’artista non ha solo collaborato ma è diventata anche testimonial di Givenchy sotto la direzione creativa di Riccardo Tisci, di cui è anche musa e amica. E ancora non possiamo non citare l’artista giapponese Yayoi Kusama e il sodalizio con Louis Vuitton; una collaborazione fortemente voluta da Marc Jacobs, ai tempi direttore creativo del brand, e che ha visto i celebri pois dell’artista riempire borse, abiti e anche gli store del brand francese, decretandone la fama internazionale e popolare. Sempre Louis Vuitton nel 2017 si è affidato al maestro della Pop-Art Jeff Koons con una capsule collection di borse Speedy con stampa del volto della Monnalisa. Fendi invece si è affidata frequentemente al talento di Nico Vascellari, artista poliedrico che ha collaborato spesso alla direzione artistica della maison e alle sfilate, di cui ha curato anche il sound.
Bottega Veneta ha invece ritrovato nell’artista Gaetano Pesce il suo alter-ego artistico. Nel 2023, in occasione della Design Week milanese, Pesce ha presentato nel negozio di Montenapoleone l’installazione immersiva Vieni a Vedere, una grotta in resina e tessuto che richiama una silhouette antropomorfa in movimento, al cui interno erano presentate due borse special edition, My Dear Mountains e My Dear Prairies, realizzate da Bottega Veneta e il designer stesso. Il brand Marni, sotto la guida del visionario Francesco Risso, ha scelto invece l’artista Flaminia Veronesi e la sua pittura piena di vortici e colori per l’interior del suo nuovo store in Via Montenapoleone ma anche per le sue collezioni. Un modus operandi adottato anche dal brand Nina Ricci, che ha scelto invece l’artista tedesca Jeanine Brito per personalizzare il nuovo corso del brand parigino. Miu Miu si è affidato all’artista sud-coreano Geumhyung Jeong per la collezione FW23, per indagare il rapporto e la co dipendenza tra macchine ed esseri umani, con una serie di video che sono stati presentati in apertura alla sfilata. Sempre per il fashion show, ma questa volta come parte integrante della scenografia, Jonathan Anderson si è affidato spesso alla designer italiana Lara Favaretto, che per la sfilata SS19 di Loewe ha realizzato degli speciali “cubi coriandolo”. Gabriela Hearst si è invece ispirata ad un’artista del passato, Artemisia Gentileschi, adducendola a musa e testimonianza antica di una femminilità autorevole per la collezione AW23 di Chloè.


Una menzione importante va fatta anche per Kanye West. L’artista si è infatti sempre detto molto interessato all’arte contemporanea, ed anche per le campagne del suo brand Yeezy ha fatto spesso riferimento all’artista italiana Vanessa Beecroft, famosa per le sue performance “Tableau Vivant” che vedono protagonisti soprattutto insiemi di corpi femminili. L’artista é anche fotografa delle ultime campagne di Skims di Kim Kardashian, un omaggio alle diverse fisicità femminili. Ha inoltre curato l’inaugurazione di “Moncler House of Genius”,  performance del 2019 tenutasi nella galleria Vittorio Emanuele di Milano.

Maurizio Cattelan e il suo Toilet Paper sono invece stati più volte collaboratori creativi di diversi brand, come MSGM o Gucci, con cui Cattelan ha curato la mostra “The Artist is Present”. Proprio il Gucci di Alessandro Michele è stato inoltre uno tra i più grandi fautori dell’introduzione della Street Art nel fashion system. Come dimenticare la collaborazione tra la maison e l’ artista poliedrico Trevor “Trouble” conosciuto al grande pubblico con lo pseudonimo di Gucci Ghost, che da fake imitatore del brand, è riuscito ad arrivare ad una collaborazione reale con esso, trasformando oggetti comuni in qualche cosa di prezioso marchiato Gucci. Un retaggio che abbiamo ritrovato anche nel concept del “Gucci Wall”, voluto sempre da Michele, che di volta in volta è stato affidato al talento e al genio di diversi artisti emergenti, come Angelica Hicks e Coco Capitan.


Insomma che si parli di street-art, dei grandi nomi dell’arte contemporanea o dei geni del passato, l’arte è diventata un elemento che oseremo definire imprescindibile del mondo della moda, con un’influenza reciproca che arricchisce, riempie, coinvolge. Un connubio di cui non riusciamo più a fare a meno e che come una tela bianca può essere riscritta ogni volta con una tavolozza di colori sempre diversa. Non ci resta che stare a vedere di che tinte sarà il prossimo futuro di questo sodalizio eterno.

[📸 Pixelformula, SIPA / IPA]

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