Abbiamo parlato ieri della nomina ufficiale di Francesco Risso come direttore creativo di GU, il marchio low cost fondato nel 2006 e parte del gruppo giapponese Fast Retailing. GU gestisce oggi circa 480 negozi in Asia, oltre a piattaforme e-commerce attive a Taiwan, Hong Kong e in Giappone, ed è sbarcato negli Stati Uniti solo nel 2024, con l’apertura a New York del suo primo flagship al di fuori della regione d’origine. Oggi però andiamo oltre la notizia per analizzare il fenomeno strategico che ne sta alla base. Come sottolinea anche un interessante articolo di MFF, quella di Risso, infatti, è solo l’ultima di una serie di mosse che Fast Retailing sta mettendo in campo da anni, lungo un percorso ormai chiaramente delineato. Ben prima di Risso, il gruppo giapponese, che nel 2024/25 ha registrato ricavi per circa 19,3 miliardi di dollari e controlla marchi come Uniqlo, Theory e Helmut Lang, ha iniziato a coinvolgere designer-star provenienti dal lusso occidentale, prima attraverso collaborazioni spot e poi in maniera sempre più strutturata e continuativa. L’esempio più emblematico è quello di Jonathan Anderson che, ben prima di approdare alla direzione creativa di Dior, collabora con Uniqlo dal 2017 attraverso capsule collection firmate dal suo progetto JW Anderson. Una partnership che ha contribuito a ridefinire il concetto stesso di collaborazione nel mass market, rendendola stabile, riconoscibile e strategica. Anche Francesco Risso, quando era alla guida creativa di Marni, era stato coinvolto nel 2022 in una collaborazione con Uniqlo. Riletta oggi, quella mossa appare come un primo “test” creativo, una fase di avvicinamento che anticipa la nomina odierna e segnala una volontà di investimento sul lungo periodo. Il dialogo tra Fast Retailing e il lusso occidentale non si ferma qui. Già nel 2014, Clare Waight Keller – ex Givenchy e Chloé – era stata nominata direttrice creativa di Uniqlo, dopo aver collaborato con il brand alla linea Uniqlo : C, progetto che portava con sé l’estetica sofisticata sviluppata durante la sua esperienza in Chloé (da qui la C di Clare).
Ma questa strategia non è esclusiva del Giappone. Anche i grandi gruppi cinesi stanno guardando con sempre maggiore interesse all’Occidente. Il colosso dell’outerwear Bosideng, fondato nel 1976 e specializzato in capispalla ad alta tecnologia, ha nominato nell’ottobre scorso Kim Jones, ex direttore creativo di Dior Men e del womenswear e couture di Fendi, alla guida di Areal, nuovo sub-brand di lusso accessibile del gruppo. Ancora prima, Kris Van Assche, ex Dior Homme e Berluti, aveva scelto Antazero, brand del gigante cinese dello sportswear Anta, per il suo ritorno sulla scena moda dopo cinque anni di pausa. Puntando in particolare su sportswear, streetwear e performance, ovvero i segmenti che rappresentano oggi lo zoccolo duro del mercato asiatico in termini di innovazione tecnologica, materiali e scala produttiva, questi mega-gruppi stanno costruendo alleanze creative con un messaggio molto chiaro: l’Asia punta al know-how e al talento del lusso occidentale per un nuovo posizionamento sul mercato mondiale.
In un momento storico in cui il panorama commerciale e socio-culturale degli Stati Uniti e dell’Europa appare frammentato e instabile, il soft power asiatico acquista un peso ancora più rilevante. Un fenomeno che a lungo termine potrebbe ridefinire, se non sovvertire, le dinamiche globali della moda, spostando definitivamente l’asse creativo ed economico verso Est.
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