Minimal Style: perché continuiamo a essere ossessionati dal minimalismo nella moda?

Quando nel 1947 l’architetto Mies Van Der Rohe lanciò il manifesto “Less is More” probabilmente non si aspettava che queste tre semplici parole diventassero lo slogan di una tendenza che, dall’arte alla moda passando anche per il food, l’interior design e chi più ne ha più ne metta, continua a essere un punto fermo destinato a non perdere mai, ma proprio mai, la sua validità. Stiamo parlando del minimalismo, una corrente di pensiero più che uno stile nel vestire o nell’arredare, capace ancora di sedurre proprio per l’allure di semplicità rigorosa ed essenziale che riesce a emanare.

Ma facciamo un passo indietro: il minimalismo è una corrente artistica sviluppatasi tra gli anni ’60 e ’70 negli USA. Il termine fu coniato dal filosofo dell’arte inglese Richard Wollheim, quando venne scritto un articolo intitolato “Minimal Art”, per la rivista Art Magazine. Caratterizzata da forme semplici, derivate dalla geometria elementare, da strutture modulari e seriali e dall’uso di materiali della tecnologia industriale, nella minimal art si prediligono forme pure, i colori sono neutri e infatti le principali cromie di questo stile sono il bianco, il nero e la scala di grigi. Principi chiave del minimalismo sono: la concentrazione su ciò che è essenziale, la rimozione del superfluo e la ricerca del godimento massimo. Il minimalismo, dunque, è la riduzione all’assenza. Il movimento si è sviluppato anche in ambito linguistico, musicale, politico, del design e della moda.

Proprio quest’ultima, insieme al design, sembra essere la massima promulgatrice di questa tendenza che, al di là di mode passeggere, resta invincibilmente ancorata al proprio status di supremazia. Quando sul principio degli anni ’90 il minimalismo esplose nel fashion system, si impose innanzitutto come reazione opposta e contraria all’opulenza degli anni ’80. Tante, delle credenze e degli ideali edonistici del decennio “gioioso” per eccellenza, erano andati via via sgretolandosi, portandosi dietro un inevitabile delusione e pessimismo, alimentato da un’economia carente, una situazione geo politica preoccupante e diffusione di gravi piaghe sociali come l’AIDS e l’eroina. Un quadro non poco edificante, che improvvisamente necessita di liberarsi di tutto quel barocchismo ostentato degli anni ’80. C’è bisogno di ritornare all’essenza vera delle cose, di leggere la vita con una ritrovata concretezza e, soprattutto, di riscoprire valori che vadano l’al di là dell’immagine glamour propagata dalle sfilate e dalle copertine. La moda, per la prima volta, diventa portavoce di tematiche sociali impegnate, e la linearità funzionale, il decostruttivismo e il rigore del minimalismo sembrano essere perfetti per raccontare questo nuovo corso.

I giapponesi Yamamoto e Rei Kawakubo, i “Sei d’Anversa” Walter Van Beirendonck, Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs e Marina Yee, Martin Margiela, Jil Sander, Helmut Lang, Calvin Klein, Raf Simons e anche Miuccia Prada, diventano, ognuno in maniera personale e diversificata, i pionieri del minimalismo, presentando collezioni geniali ed essenziali. Gli stessi Dolce&Gabbana, divenuti nel tempo emblema del Made In Italy più sontuoso, all’inizio della carriera sul finire degli anni ’80 promuovono un’estetica che è si mediterranea, ma è anche poeticamente scarna, con abiti neri che sono sensuali ma essenziali.

Negli anni 2000, il ritrovato benessere suggerisce un ritorno a toni più urlati e fastosi, ma tuttavia, silenziosamente, il minimalismo continua imperturbabile a vivere nelle collezioni di designer che restano fedeli alla loro filosofia; persino il Gucci di Tom Ford, sebbene lussuosamente sexy, tutto sommato rimane sempre estremamente lineare nelle silhouette e nel design, che si contraddistingue di dettagli cut-out strategici o tessuti effetto naked, ma senza mai scadere nell’eccesso. Poi, c’è stato via via l’affermarsi di designer come Phoebe Philo o le gemelle Olsen, vere promotrici del minimal-chic.

Inoltre, il minimalismo diventa anche la scelta vincente di una folta schiera di persone che, pur non essendo minimamente dei fashion victim, ritrovano in questo gusto la scelta vincente per riempire il proprio armadio di capi funzionali e adatti al dailywear. È il momento in cui si affermano le grandi catene come Uniqlo, COS, e la stessa Zara che, agli esordi, prediligeva tendenzialmente la vendita di capi basic destinati a essere indossati nella quotidianità. Quel che si è perso, tuttavia, è l’accezione purista ed estremamente ricercata di questo stile che è si scarno, ma teoricamente anche disegnato ad hoc, e soprattutto destinato a essere riconoscibile proprio per la maniacale ricerca del dettaglio e delle cuciture.

Ad oggi, lo stile minimal resta ancora il desiderio di tantissime persone, anche appartenenti alle generazioni più giovani, che in questa tendenza ritrovano sicurezza, praticità, funzionalità e soprattutto la possibilità di apparire sempre “apposto” anche con pochi elementi. Lo hanno intuito bene le grandi maison che, nelle ultime due stagioni, non fanno che proporci collezioni definite “quiet luxury”, che proprio al minimalismo attingono, seppur rivisitato.

Non basta essere esperti di moda per comprendere che, la gente, ha bisogno di investire in pochi capi passe-partout, ma che soprattutto permettano di sentirsi cool e comodi in ogni occasione. Ma parliamo davvero di minimalismo o semplicemente di conformismo? Il minimalismo nasce su premesse tutt’altro che felici e soprattutto predilige, come conditio sine qua non, una qualità eccelsa e la sperimentazione, seppur basandosi sull’essenziale. Siamo sicuri che, applicato alla contemporaneità, non abbia totalmente trasformato le originali intenzioni? La gente è stufa, non ha più voglia di vestirsi, forse è confusa, e indossare pochi capi essenziali risulta la scelta più ovvia su cui buttarsi, senza doversi impegnare troppo.

Tutto giustificabile, ma non chiamatelo minimalismo per favore. Al massimo chiamatela pigrizia.

[📷 therow.com]

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