Gli emergenti della Milano Fashion Week rappresentano un osservatorio privilegiato per cogliere la temperatura del panorama moda italiano, nel suo presente e, soprattutto, nelle sue traiettorie future. Tra giovani designer alle prime stagioni e realtà più strutturate che hanno recentemente rinnovato la propria visione, come Erika Cavallini, o brand già avviati su un percorso coerente e costante di ricerca, come J. Salinas, al di fuori del circuito delle grandi maison internazionali si è delineato uno spaccato particolarmente interessante. Un panorama che sembra essere connotato da una forte tensione narrativa, capace però di tradursi con coerenza nella materia: nelle lavorazioni, nella scelta dei materiali, nella costruzione dei capi.
Di seguito i brand che ci hanno colpito di più e che, secondo noi, meritano attenzione.
Florania
Presente da alcune stagioni in calendario, Florania compie con la FW 26/27 un passo deciso verso una maturità espressiva più consapevole. Guidato da Flora Bitti, il brand intreccia sostenibilità e memoria artigianale in una narrazione intensa, stratificata e profondamente poetica. La collezione “If we are all one, you can’t hurt me”, presentata in collaborazione con Lineapelle Designers Edition, nasce da una riflessione sulla memoria collettiva e sulla necessità di ricostruire un senso di unità in un tempo segnato da divisioni e fratture sociali. Le suggestioni affondano nel lavoro corale delle sarte, nei canti popolari e nell’immaginario di Novecento di Bernardo Bertolucci. In passerella hanno sfilato silhouette che alternano manipolazioni tessili intime e stratificate a capispalla sartoriali di ispirazione anni Trenta. La pelle, proveniente da filiera circolare grazie a ZeroW, viene lavorata attraverso costruzioni tridimensionali e interventi artigianali che restituiscono centralità alla materia, che diventa quasi un secondo strato sul corpo. Le stampe evocano pizzi, fioriture psichedeliche e l’animismo visionario di Leonora Carrington, in un tripudio di colori e fantasie che trova nella lavorazione però una forte praticità: i tessuti sono infatti stampati a Milano con la tecnologia FOREARTH di Kyocera, in una tecnica che permette di ridurre drasticamente il consumo d’acqua. La produzione coinvolge inoltre Drittofilo Mantova, progetto sostenuto da Lubiam e Caritas, che trasforma il fare moda in un gesto di cura e responsabilità sociale. Questo dualismo di fantasia, misticismo fatato e leggero unito a profonda attenzione non solo etica ma anche tecnica e materica, fa di questo brand, a parer mio, un unicuum nel panorama italiano attuale. A sottolineare la profonda appartenenza al qui ed ora e a una visione collettiva e corale, un coro di voci live ha accompagnato le modelle in passerella, interpretando canti della Resistenza e scandendo i passi con parole dense di significato. Il risultato è una collezione complessa nella sua verità, emotiva, eticamente e praticamente solida, che unisce perfettamente desiderio ad appartenenza.
ALCHÈTIPO
Progetto del giovane designer Andrea Alchieri, ALCHÈTIPO viene definito dal suo fondatore come un progetto estetico. Una piattaforma espressiva svincolata da stagionalità rigide e categorie di genere, che si muove in uno spazio fluido dove i codici della moda diventano strumenti narrativi più che vincoli commerciali. Per la FW 26/27 Alchètipo ha presentato “A Ceremony Stitched to Break”, ancora in dialogo con Lineapelle Designers Edition. La collezione mette in scena un amore che si incrina sotto il peso delle aspettative, trasformando la sartorialità in tensione drammatica: lane classiche e pelle di vitello 100% Made in Italy si confrontano in un equilibrio carico di energia. Superfici compatte, tagli netti, dettagli metallici che stringono e trattengono. Cravatte, corsetti e papillon in acciaio assumono il valore di simboli, mentre il cardo appuntato al taschino diventa emblema silenzioso di orgoglio e rottura. I capispalla, lunghi fino ai piedi, disegnano figure che avanzano come immerse in una nebbia invernale, delineando un ideale di uomo e donna sospesi tra romanticismo e inquietudine. L’atmosfera della collezione ha un sapore fiabesco e oscuro insieme: i modelli mi ricordavano personaggi usciti dai romanzi di Daniel Handler, con quei gessati d’altri tempi e completi e corsetti che compongono un universo austero e romantico insieme. Gli abiti conservano al contempo una forte portabilità, una volta decontestualizzati dallo styling più teatrale, aspetto che trovo particolarmente importante da considerare per un brand emergente che ha bisogno di essere indossato e visto.

Venerdì Pomeriggio
Nuovo progetto di Vivetta Ponti, precedentemente fondatrice del brand Vivetta, Venerdì Pomeriggio si configura come un’esplorazione dello spazio domestico abitato, articolata in sei capsule all’anno: abiti e oggetti per la casa pensati come ambienti da vivere. L’universo estetico di questo nuovo progetto conserva quella femminilità romantica e lieve già presente nel percorso della designer, attraversata da una grazia infantile che non diventa mai ammiccante. L’aspetto più interessante del progetto risiede proprio qui: la naïveté bambinesca non assume mai tratti ambigui o provocatori, come accade per esempio in brand dall’estetica simile quali Shushu/Tong o Sandy Liang, per citarne alcuni, ma rimane pura, delicata, priva di sessualizzazione. Questa scelta rende il linguaggio di Venerdì Pomeriggio sorprendentemente efficace anche su modelli unisex, e devo dire che alcuni capi risultano autenticamente deliziosi, piccoli esercizi di poesia tessile, proprio perché svincolati da qualsiasi costruzione seduttiva.

Institution by Galib Gassanoff
Tra le proposte più concettuali di questa stagione spicca sicuramente Institution, fondato nel 2023 da Galib Gassanoff, designer georgiano di origine azera cresciuto nella periferia di Tbilisi. Il progetto intreccia moda, arte e attivismo, radicandosi nelle tradizioni culturali del Caucaso. In passerella sfilano figure avvolte in tuniche di maglia, pezzi unici che ricoprono il corpo dalla testa ai piedi con forme inconsuete e geometrie severe, che vanno volutamente a ridefinire le linee corporee. La collezione, quasi interamente monocroma nera, sottrae centralità al corpo, lo cela, lo protegge. Accanto a questi look, capi realizzati con artigiani dell’Azerbaijan: tappeti annodati a mano trasformati in gonne, lacci di scarpe rielaborati surrealisticamente fino a comporre lunghi abiti-mantello. Una collezione che fa dell’esperimento e dell’artigianalità il proprio fulcro, elevando la manualità a ricerca intellettuale, in un dialogo intelligente ed interessante tra materia e concetto.

Erika Cavallini
Erika Cavallini si posiziona in modo particolare in questa lista. Fondato nel 2009 dall’omonima designer, non si può certo definire come proposta emergente, ma il suo recente sviluppo estetico la configura come progetto che ha preso una nuova via. il brand, che si poneva come obiettivo l’unire cultura sartoriale e sperimentazione contemporanea, costruendo un’estetica di apparente imperfezione in cui forma e funzione trovano un equilibrio armonioso, ha trovato nuovo respiro, grazie alla nuova guida del direttore creativo Fabrizio Corbo, fashion designer e creative pattern-maker con oltre tredici anni di esperienza nel womenswear di alta gamma, la cui visione si fonda su una profonda conoscenza della modellistica e su un approccio tridimensionale al corpo. Il 24 febbraio, nella boutique di Via della Spiga 19 a Milano, è stata presentata la FW26 Forget Me Not, trasformando lo spazio in un paesaggio sospeso tra sogno e memoria. L’allestimento evocava un mare d’inverno silenzioso e rarefatto, attraversato dalla presenza simbolica della sirena. Sabbia, sale, garze fluttuanti, riflessi acquatici e proiezioni immersive guidavano i visitatori in un’esperienza sensoriale fatta di trasparenze e suoni ipnotici.
La collezione celebrava attraverso questi simboli una femminilità potente e gentile, raccontando l’incontro tra sirene e marinai in uno spazio emotivo, magnetico e profondo. Palette e materiali richiamavano fluidità e desiderio, trasformando il mare in metafora interiore. Spicchi di colore audaci come un completo in raso verde brillante, o abiti dalle tonalità rosse e viola enfatizzavano silhouette sinuose, in una femminilità libera.

J. Salinas
Ultimo brand, già decisamente avanti nel proprio percorso ma per me autentica e piacevole scoperta, è Jorge Luis Salinas, marchio peruviano fondato dall’omonimo designer. Il suo percorso inizia a Gamarra, il più grande polo produttivo dell’abbigliamento in America Latina, e prosegue al Philadelphia College of Textiles & Science, consolidando una visione che intreccia sapere tecnico e sensibilità culturale. Il brand unisce artigianalità tradizionale e design d’avanguardia, valorizzando materiali nobili come alpaca e cotone Pima e collaborando attivamente con comunità artigiane locali, in particolare con le donne, in un dialogo concreto tra territorio e contemporaneità. Intorno al progetto ruota infatti una vera e propria comunità: circa 60 donne, artigiane del knitwear con base a Lima, che lavorano tra radici peruviane e influenze spagnole, riunite in una grande famiglia creativa. Per molte di loro, la maglieria è diventata un’opportunità concreta di emancipazione economica e personale, un mestiere che garantisce stabilità, consapevolezza ed empowerment. La collezione Virreinato, presentata domenica 1 marzo presso Galleria Meravigli, si sviluppa come una narrazione visiva e materica che indaga architetture tessili, memoria e identità. C’è il ritmo di una danza antica dietro questa visione creativa: un’evocazione simbolica del periodo in cui gli spagnoli arrivarono in Perù tra il XVI e il XIX secolo, portando con sé cultura, estetica e nuovi codici visivi. Cuore pulsante della collezione è la lavorazione all’uncinetto, cifra distintiva del brand, che in questa stagione raggiunge un nuovo livello di ricerca: Salinas rilegge qui quell’eredità storica attraverso una lente contemporanea, traducendola in volumi maestosi, texture corpose e costruzioni dal sapore regale. Le silhouette si impongono come vere e proprie architetture da indossare, scultoree, strutturate e avvolgenti. Le composizioni in maglia – maglioni e abiti in lana grossa ricamata a mano dalle forme scultoree con strascichi in popeline – dialogano con abitu leggeri in chiffon con balze dal gusto romantico, creando un contrasto calibrato tra peso e leggerezza. Le stratificazioni di motivi, le ruches ricamate e una palette dai toni caldi ma misurati – rosa antico, giallo tendente all’ocra, verde acqua – esplorano una matrice culturale forte rendendola, al tempo stesso, internazionale. Un passaggio delicato e complesso, quello tra memoria e contemporaneità, che qui risulta pienamente riuscito, in una collezione dal sapore fortemente personale ma capace di parlare un linguaggio globale, mantenendo intatta la propria identità.

[📷 lnstagram: florania__; alchetipo ; institution_official; Courtesy of Errani Studio; jsalinas.pe]