McQueen: la SS25 non è risonante come il debutto di Sean McGirr, ma gioca con la nostalgia

Sean McGirr è alla guida della maison McQueen da sole due stagioni, ma stasera il nome del fondatore riecheggia nitido all’École des Beaux-Arts di Parigi. È dura non paragonare il lavoro del nuovo stilista a capo del brand con la moda divenuta leggenda di Alexander Lee McQueen, ma il paragone in questo caso serve anche a farci apprezzare un presente ricco di riferimenti storici, storytelling intrisi di mistero ed elogi alla creatività nella sua forma più pura. Con un flusso di pensieri criptici che svela riferimenti alle fiabe celtiche e alle creature mitologiche dei boschi, la SS25 di McQueen ci accoglie in un luogo che celebra l’arte e la creatività, come un monito per le nuove generazioni durante una fashion week che quest’anno, in termini artistici, non decolla.

Ma Sean McGirr, che ha dato forma al suo concetto di moda imparando dal precettore Jonathan Anderson, per la SS25 rinuncia in parte all’impronta sperimentale del debutto, per portare in passerella una collezione che gioca in casa. Le prime proposte, che rivelano una minuziosa attenzione nei confronti della sartoria, non escono dalla comfort zone di McQueen: completi e abiti tailored dalle spalle sagomate, talvolta interrotti da squarci orlati di rouches bianche, talvolta armonizzati da pince arricciate. A far gola, soprattutto, la scelta di calzature scultoree, dalle francesine alle pump con file di cinturini, fino agli stivaletti open-toe con tacco massiccio. I baveri oversize delle camicie svettano dalle scollature dei blazer per un incipit dal gusto vittoriano, lasciando poi spazio a un capitolo dalla femminilità più spiccata composto da abiti vaporosi dalla texture plissé, top in pizzo, trasparenze, piume e cristalli. Alla palette scandita dal bianco e il nero si susseguono accenti di rosa e giallo, abbinando accessori fiabeschi come spazzole con impigliati filamenti luminosi e borse con charms fioriti.

La SS25, oltre a riprendere fedelmente i codici impressi da Lee McQueen, come la predecessora Sarah Burton si tuffa in un paragrafo più commerciale, dove i protagonisti sono i cappotti, i gilet e le longuette in tweed con abbottonatura sul retro, le minigonne cargo con volant posteriori, i trench dal gusto militare e i set con micro gonne y2k. Si gioca di contrasti con chiodi in pelle e prairie dress, accostando i tessuti più impalpabili ai pannelli di pelle destrutturata. La retorica tra rigidità e spensieratezza prosegue con i blazer geometrici che lasciano intravedere i fili preziosi degli abiti sottostanti, mascherando un’eleganza ricercata che non tarda ad arrivare.

Ed ecco, finalmente, la vera essenza di Sean McGirr che si libera infine dai dettami di una collezione ready-to-wear. Chiudono la passerella le proposte più incisive, dagli abiti con bustier e le gonne piumate a palloncino, ai maxi cappotti a uovo e i blazer ricoperti di scaglie dorate. La sensualità si fa intensa sul finale, con i nude dress in pizzo ramificato e gli stivali cuissardes in pelle nera, che aprono la strada a un abito-armatura in stile Giovanna D’Arco, attraversato da filamenti di pietre scintillanti. Un look che ci riporta con la memoria alla maestosa FW99, ma che rimane, purtroppo, un riferimento inconsueto in una collezione che ammicca alle esigenze commerciali.

[📸 Getty Images]

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