McQueen: il brand britannico sarà il prossimo “agnello sacrificale” della nuova strategia Kering di Luca de Meo?

Luca de Meo ha messo in chiaro sin da subito il suo approccio strategico nel gruppo Kering: pragmatico, immediato e orientato alla salvaguardia economica del gruppo, ma soprattutto sul colmare l’ingente debito accumulato negli anni. Il CEO del colosso francese, dopo la nomina di Francesca Bellettini al ruolo di amministratrice delegata di Gucci, e la vendita del segmento beauty al gruppo L’Oréal con un’operazione da 4,7 miliardi di dollari, potrebbe essere ora pronto a mettere in atto una nuova operazione: la vendita di McQueen.

Già qualche giorno fa è stata divulgata la notizia circa la riduzione del ben 20% del personale della maison britannica nella sede centrale di Londra, scelta che ha fatto non poco discutere. Kering detiene una quota di maggioranza dell’azienda dal 2001, ma non è ancora riuscita a espanderla in modo significativo. Nel corso degli anni, McQueen ha ottenuto veri e propri successi commerciali senza mai riuscire a mantenere uno slancio stabile nel tempo. Eppure, l’impronta lasciata nella moda dal compianto founder del brand, Alexander McQueen, rappresenta ancora oggi una voce forte e significativa per tutti gli appassionati e i cultori.

Il suo genio è considerato ineguagliabile e i suoi capi d’archivio, sfoggiati tutt’oggi dalle celeb, sono tra i più ambiti, per la loro complessità stilistica, il decorativismo mai banale, quell’allure di romanticismo dark scioccante e sontuoso al tempo stesso, per cui è impossibile non rimanere incantati. Non è un caso che molti abiti e accessori dello stilista siano custoditi in alcuni musei. Dopo anni di direzione creativa di Sarah Burton, dal 2024 è l’irlandese Seán McGirr a guidare il marchio.

Un nome dapprima sconosciuto ai non addetti del settore che, tuttavia, sta dimostrando di fare un ottimo lavoro. Le sue sfilate, non in ultimo quella della Spring Summer 2026, hanno preso in mano l’eredità del fondatore, reinterpretando quello spirito gotico e sovversivo in una chiave urban e contemporanea. Per quanto mi riguarda, credo che il suo talento possa ancora esprimersi al meglio, e lo sta dimostrando evolvendosi collezione dopo collezione. Non sappiamo se la strategia di de Meo, oltre al taglio del personale, preveda anche un cambio alla direzione creativa. Lo stesso varrebbe qualora Kering decidesse di cedere il gruppo; stando a quanto riportato da Puck, il miglior proprietario potrebbe essere ancora una volta un’azienda del settore, come OTB o Richemont. O forse un fondo di private equity. Ma non sappiamo ancora se la decisione finale sarà quella di venderlo o se si opterà solo per una revisione del team.

In ogni caso, la ghigliottina mediatica a cui sono destinati i designer dopo appena due o tre stagioni non sembra essere l’approccio giusto: una sorte che spesso è toccata ai nomi meno celebri, mentre ai designer “star”, sebbene non vengano risparmiate critiche, vengono sempre concesse nuove possibilità di miglioramento e integrazione con il marchio, anche a dispetto di vendite carenti. Credo che questo sia doveroso farlo anche con i nomi meno noti: McGirr ha ancora tanto da dire e non si può letteralmente tagliare le gambe a un creativo in così poco tempo. La creatività, come un buon vino, ha spesso bisogno di decantare, soprattutto quando si parla di prendere in mano l’eredità di marchi iconici. Alcuni leader del marketing a volte sembrano dimenticare questo processo fondamentale: perché non cominciare a ripristinare dei prezzi meno folli piuttosto che licenziare a tappeto direttori creativi e personale?

[📷alexandermcqueen.com]

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