850 punti vendita sparsi per la Russia con 62.000 dipendenti. La notizia fa scalpore, perché riguarda il colosso dei fast food McDonald’s, che si unisce alle altre numerose aziende in fuga dalla Russia. Era il 1990 quando apriva il suo primo punto vendita nella vecchia Unione Sovietica, in Piazza Pushkin a Mosca, e ora abbassa le serrande in segno di contrarietà con quanto sta accadendo in Ucraina.
“I nostri valori significano che non possiamo ignorare l’inutile sofferenza umana in Ucraina”, ha spiegato l’amministratore delegato Kempczinski. La scelta avviene dopo giorni di polemiche social, con l’hashtag #BoycottMcDonalds diventato trending topic, dopo la decisione che tardava ad arrivare di McDonald’s. La polemica non aveva risparmiato altri brand come Coca Cola o Starbucks, anche loro inizialmente titubanti, che da poche ore hanno replicato la mossa della catena di fast food.
Ora la scelta. La società ha affermato che continuerà a pagare tutti i dipendenti, che sono 62 mila. Un segnale forte, che allo stesso modo rappresenta la confutazione di un’analisi sociopolitica di molti anni fa, rimbalzata agli onori della cronaca negli scorsi giorni. Quella di Thomas Friedman, che nel libro “Le radici del futuro”, parlò di come due nazioni che hanno un ristorante McDonald’s non possono combattere tra loro. Un motivo ulteriore per cui il rumore attorno a questa notizia assume valori simbolici ancor più rilevanti.