Matières Fécales, il marchio che ricorda alla moda come si possa ancora sconvolgere

La moda contemporanea attraversa uno dei suoi momenti più contraddittori. Mai come oggi produce immagini, eppure raramente genera immaginari. Le collezioni si rincorrono alla velocità dei social, le tendenze nascono e muoiono nell’arco di poche settimane, mentre il lusso sembra aver progressivamente sacrificato il rischio in favore della desiderabilità universale. Tutto è impeccabile, levigato, immediatamente condivisibile. Ma quasi nulla resta impresso. Per questo, oggi, esiste un marchio che appare come una vera e propria anomalia. Matières Fécales, il progetto fondato dai canadesi Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran, non è soltanto uno dei brand più interessanti del panorama contemporaneo: è forse uno dei pochissimi capaci di ricordarci quale sia il compito originario della moda. Non decorare il corpo, ma trasformarlo; non rassicurare lo sguardo, ma destabilizzarlo.

Già il nome del marchio è un manifesto. Matières Fécales rimanda a ciò che la cultura occidentale ha sistematicamente rimosso: lo scarto, il rifiuto, l’organico che diventa inorganico, la materia espulsa. È impossibile non pensare alle riflessioni della filosofa Julia Kristeva, secondo cui l’abietto è tutto ciò che l’essere umano respinge per poter costruire la propria identità: il sangue, la decomposizione, il cadavere, la carne che smette di essere familiare. È proprio in quella zona liminale che il duo canadese decide di lavorare. Le loro collezioni sembrano infatti interrogare il corpo nel momento in cui perde la propria rassicurante integrità. Le silhouette si allungano fino a diventare quasi disumane, le spalle si espandono come esoscheletri, le proporzioni vengono alterate attraverso protesi e costruzioni scultoree, mentre il volto stesso diventa una superficie modificabile. Non è il corpo ideale della moda tradizionale, ma un organismo in continua mutazione.

È un’estetica che dialoga con il body horror di David Cronenberg, con i mostri romantici di Mary Shelley, con il post-umano teorizzato da Donna Haraway, secondo cui l’identità non è più un dato biologico immutabile ma un territorio in costante trasformazione. Nei loro abiti convivono carne e metallo, organico e sintetico, anatomia e architettura. Come se ogni look raccontasse un essere umano sopravvissuto a una metamorfosi: il risultato è sorprendentemente poetico.

Perché, nonostante la violenza apparente delle immagini, le creazioni di Matières Fécales non cedono mai al semplice shock value. La provocazione, da sola, è un linguaggio povero. Invecchia in fretta. Qui, invece, ogni eccesso possiede una ragione estetica precisa. Le deformazioni sono costruite con la stessa attenzione con cui un couturier modella un bustier. Le superfici lucide sembrano pelle sintetica, le gabbie metalliche diventano corpetti, gli accessori assumono il valore di reliquie appartenenti a un futuro ancora sconosciuto. È couture, ma una couture che ha deciso di abbandonare definitivamente il concetto classico di eleganza. Del resto, nel 2026, cosa sono davvero l’eleganza e il buon gusto? Probabilmente non c’è nulla di più inelegante dell’omologazione a cui stiamo assistendo.

In questo senso, Matières Fécales raccoglie un’eredità importante. Quella di Alexander McQueen, naturalmente, per la capacità di trasformare ogni sfilata in un racconto teatrale. Ma anche quella di Leigh Bowery, che fece del corpo un dispositivo performativo prima ancora che estetico. E ancora Rick Owens, Gareth Pugh, Iris van Herpen, tutti autori che hanno scelto di considerare la moda non come semplice abbigliamento ma come linguaggio plastico. La differenza è che Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran riescono a spingere questo discorso ancora oltre, costruendo un universo visivo assolutamente riconoscibile in un momento storico in cui quasi tutti sembrano parlare la stessa lingua. Basta osservare uno dei loro look per identificarlo immediatamente.

L’abito scultoreo indossato da Demi Moore sulla Croisette durante il Festival di Cannes ne è stato uno degli esempi più efficaci. Ma il linguaggio di Matières Fécales ha trovato forse la sua interprete più naturale in Gabbriette, musa della nuova estetica dark contemporanea, che con il duo canadese condivide la stessa idea di bellezza: algida, perturbante, quasi post-umana. Lontanissima dall’immagine iperfemminile e rassicurante che ancora domina il fashion system, Gabbriette incarna perfettamente quell’ambiguità identitaria che il marchio porta in passerella, dove seduzione e inquietudine convivono senza mai annullarsi. Ancora più emblematico è il magnifico abito da sposa costruito attraverso una struttura di gabbie metalliche, indossato proprio da Gabbriette in una delle immagini più iconiche del marchio. Un bridal look che ribalta completamente la retorica dell’abito bianco: il simbolo universale di purezza e romanticismo viene trasformato in un esoscheletro, in una gabbia, in un’architettura gotica da abitare più che da indossare. È contemporaneamente delicato e feroce, romantico e disturbante, e dimostra come Matières Fécales riesca a reinventare persino uno degli archetipi più codificati della moda occidentale.

Ogni loro creazione sembra infatti appartenere a una mitologia post-umana nella quale la bellezza nasce dalla deformazione anziché dalla perfezione. Il fetish non è mai erotismo fine a sé stesso, ma diventa una riflessione sul controllo del corpo. L’horror non serve a spaventare, bensì a mettere in discussione ciò che definiamo normale. Persino il gotico viene liberato dalla nostalgia vittoriana per trasformarsi in una nuova grammatica del futuro. Matières Fécales ci costringe a osservare il corpo come qualcosa di incompleto, vulnerabile, continuamente riscrivibile. Un corpo che non deve necessariamente essere armonioso per essere affascinante.

In un’epoca dominata dall’ossessione per la perfezione estetica – filtri, ritocchi digitali, procedure cosmetiche, algoritmi che premiano solo ciò che è simmetrico e riconoscibile – il duo canadese celebra invece l’anomalia, l’imperfezione, la distorsione. Tutto ciò che normalmente verrebbe escluso dall’immaginario della bellezza. La loro non è una moda antiestetica nel senso banale del termine, ma piuttosto una nuova estetica, capace di trovare armonia proprio laddove gli altri vedono soltanto mostruosità. Come sosteneva Georges Bataille, è proprio nell’informe, nell’eccesso e nella materia che sfugge alle classificazioni che può emergere una diversa idea di bellezza. Matières Fécales sembra tradurre quella riflessione filosofica in abiti.

Ed è qui che il marchio compie qualcosa di estremamente raro: riesce ancora a produrre icone. Non semplici look virali, ma immagini destinate a sedimentarsi nella memoria collettiva. In un sistema che genera migliaia di outfit ogni stagione e li dimentica con la stessa velocità con cui li consuma, i loro capi continuano a riaffiorare nella mente. Li riconosci dopo mesi, perfino dopo anni. Hanno una firma visiva precisa, un’identità impossibile da confondere. Forse è questo il vero lusso contemporaneo: non realizzare l’ennesimo capo perfettamente commerciabile, ma creare qualcosa che nessun altro avrebbe potuto immaginare. Perché la storia della moda non è mai stata scritta dai marchi che hanno seguito il gusto dominante, ma è stata costruita da chi ha avuto il coraggio di inventarne uno nuovo.

[📷 Instagram: matieresfecales] 

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