Una vita degna di essere vissuta, quella di Mary McFadden, stilista, collezionista d’arte, editor e molto altro ancora. Un’icona della moda americana e non solo, che vanta una carriera lunga 70 anni. Come riportato da “WWD”, Mary McFadden si è spenta nella giornata di ieri, venerdì 13 settembre 2024, all’età di 85 anni nella sua casa di Southampton, New York. Come riferito da Joan Olden, entrata a far parte dell’azienda di McFadden fin dalla sua fondazione nel 1972, le condizioni di salute della stilista non erano buone, e i piani per una cerimonia o una commemorazione non sono ancora stati finalizzati.
Nata a New York nel 1938, Mary McFadden era figlia di una pianista che amava la mondanità e di un ricco proprietario terriero, attivo nell’industria del cotone, motivo per cui trascorse la sua infanzia nel Tennessee, dove si trovava la piantagione di famiglia. Dopo la morte del padre tornò a New York e proseguì i suoi studi alla Columbia University, all’Ecole Lubec, alla New School for Social Research, alla Sorbona e alla Traphagen School of Fashion. Sapeva già cosa sarebbe voluta diventare da grande: una stilista, e passo dopo passo costruì una fortunatissima carriera nel mondo della moda, che ha sempre approcciato con entusiasmo e senza mettere da parte un’altra sua grande passione, i viaggi, l’arte e le culture antiche.
Proprio per questo è stata soprannominata “archeologa del fashion design”. Il bagaglio culturale dei suoi viaggi – si dice che abbia visitato più di 60 paesi – è infatti impresso nel suo lavoro. La sua Couture, che assomiglia a un progetto artistico, è arricchita dagli innumerevoli stimoli della sua vita: dalla natura ai mosaici, dai tessuti dipinti a mano alle perline di ogni forma e colore. Ma anche le tecniche scoperte in giro per il mondo: dalla tecnica di ricamo indiana “zardozi”, che consiste nel ricamare con fili di metallo, alle stampe asiatiche e africane, fino al suo caratteristico plissé “Marii”, che come dicono in molti “cade come oro liquido”, grazie all’effetto del poliestere satinato che avrebbe scoperto in Australia. Ogni collezione prende il nome da un’ispirazione: Emerald Buddha, Medici, Mongolia e Tales of Genji, solo per fare qualche esempio.
D’altronde l’instancabile passione per i viaggi sembra essere di famiglia. Pare, infatti, che un suo prozio, Charles Sundance Cutting, sia stato il primo occidentale a visitare il Tibet tra il 1935 e il 1937. Ciò che la spingeva a viaggiare così tanto era proprio la sua curiosità, caratteristica che le permise di ottenere un successo senza eguali nell’industria della moda. Si racconta, ad esempio, che da giovane, all’inizio degli anni ’60, durante un cocktail party incontrò un dirigente di Christian Dior e gli disse che le sarebbe piaciuto fare un colloquio. Detto fatto, il giorno seguente fece un colloquio.
Fu PR per Dior prima di trasferirsi in Sud Africa, dove diventò direttrice di Vogue Sud Africa su richiesta nientemeno che di Diana Vreeland. Nel corso della sua lunga e fortunata carriera fu anche redattrice per Vogue Paris e la prima donna a guidare il Council of Fashion Designers of America nei primi anni ’80. La passione per lo sport – giocava a tennis e amava sciare – non le faceva sentire la competizione del settore, permettendole di costruire una carriera unica e vissuta come voleva lei.
Impossibile non citare anche la sua turbolenta vita sentimentale. Più che turbolenta, in realtà, rispecchiava il suo animo libero dai costrutti sociali. Ebbe infatti cinque mariti, ma lei disse di averne avuti undici, perché molti di questi li considerava platonici. Viaggiatrice e sognatrice, Mary McFadden ha inoltre donato circa 350 pezzi provenienti dai suoi archivi personali alla Drexel University di Philadelphia, dove è attualmente in corso la mostra retrospettiva “Modern Ritual: The Art of Mary McFadden”.
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