Maria Grazia Chiuri: la sua couture pragmatica e l’umanità dietro i vestiti

«La fantasia deve essere una fantasia accessibile. Non mi piacciono gli effetti solo per l’effetto. Soprattutto in un momento in cui tutti mi spingono a pensare di più alla foto su Instagram, meno ad avere un dialogo con le persone reali. L’immagine è immagine. È una foto. Quando le persone guardano Dior in una foto, è la visione del fotografo che percepisci, non la realtà degli abiti. E quando vedi gli abiti veri, a volte ti sorprendono».

A parlare così è Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, in un’intervista rilasciata al Financial Times riguardo la sua idea, personalissima, di moda e di couture. Intervistata nel suggestivo quartier generale della maison parigina, con vista iconica sulla Tour Eiffel e la cupola de Les Invalides, in una Parigi avvolta come di consueto in un cielo grigio, perfettamente in pendant con quella particolare sfumatura di tortora che il fondatore, Monsieur Christian Dior, coniò per il marchio nel 1947, la designer sfoggia quella che viene ormai considerata la sua divisa da lavoro. Un paio di jeans, una camicia nera e un blazer dritto, un’uniforme vera e propria che non di rado le vediamo indossare nei backstage delle sue sfilate. A tradire le sue radici romane ci pensano gli anelli, stravaganti, che adornano le sue dita; per lei Roma è ancora casa, facendo avanti e dietro con la capitale francese.

Il lavoro su cui si è concentrata Chiuri è l’alta moda. L’alta moda denota abiti fatti su misura, su richiesta, per una clientela d’élite; è un segno distintivo per Dior, una delle poche case che la producono. Dior Couture ha raggiunto vendite per 9,5 miliardi di euro nel 2023, rispetto agli 8,6 miliardi di euro del 2022, e si stima che entro la fine dell’anno incasserà 9,9 miliardi di euro, secondo Erwan Rambourg, responsabile globale della ricerca sui consumatori e al dettaglio presso HSBC.
I marchi sono notoriamente cauti sui prezzi dei loro abiti haute couture, con il detto che se devi chiedere, non te lo puoi permettere, ma tendono a partire da decine di migliaia di euro in su. Se il costo di molti pezzi si avvicina a quello delle opere d’arte, forse è appropriato; la couture è vista come la Formula Uno della moda, la massima espressione di creatività. Un capo haute couture di Dior o Chanel è il capo di abbigliamento più vicino a un’opera di Picasso.

Nei laboratori di haute couture, ancora ospitati nell’Hôtel Particulier in Avenue Montaigne dove Dior fondò la maison nel 1946, un seguito di personale lavora per rendere concrete le idee di Chiuri. Il posto è pieno di attività, anche se in silenzio. L’haute couture è realizzata quasi interamente a mano, quindi non ci sono macchine da cucire che ronzano. Le pieghe vengono cucite manualmente, mentre un intricato abito in velluto nero e pizzo (ordinato di recente ma originariamente mostrato nella collezione Haute Couture FW 2022) viene tagliato in modo frastagliato lungo il motivo del pizzo, così quando vengono cucite insieme le cuciture sembrano magicamente invisibili. Due abiti da sposa sono di costruzione media, leggeri come una piuma in tulle. Ci sono i corsetti distintivi di Dior, ma sono leggermente steccati e flessibili, consentendo al corpo di muoversi facilmente.

Tuttavia, alcuni si lamentano della couture sussurrata di Chiuri, che manca di impatto, elemento imprescindibile dell’alta moda, da sempre destinata alla spettacolarizzazione. I social, con tutti i sedicenti critici del web, sono stati spesso impietosi nei confronti della designer, che non è assolutamente sorda a questi giudizi. Secondo Chiuri esistono diversi “linguaggi” per narrare una performance, ma soprattutto ribadisce con fierezza l’approccio italiano all’alta moda. Un approccio molto sartoriale e pensato per il singolo cliente, assorbito durante gli anni a stretto contatto con Valentino Garavani, per cui ha lavorato per ben 9 anni prima di diventare co-direttrice creativa del suo marchio omonimo con Pierpaolo Piccioli nel 2008, dove è rimasta fino alla sua nomina a Dior.«Valentino aveva un rapporto personale con i suoi clienti di alta moda. È diventato loro amico».

In effetti, gli abiti di Chiuri e il suo ethos sono più vicini nello spirito a quelli di Madeleine Vionnet, una stilista i cui abiti sinuosi hanno definito gli anni ’30. Mentre Monsieur si dichiarava un architetto che “costruiva” abiti, Vionnet affermava che il suo scopo era vestire un corpo, non costruire un abito. «È l’aspetto centrale del mio lavoro», afferma Chiuri. «L’idea di molti stilisti è di costruire un abito e non pensano alla relazione tra il corpo e questo. Io parto dall’idea di come il corpo possa stare bene, in quest’arte. È un processo inverso completamente diverso».

Da sempre considerata una creativa “politica”, Maria Grazia Chiuri non ha mai fatto mistero di voler supportare le donne. Non solo in quanto prima direttrice creativa donna al timone di Dior, ma sposando una vera e propria missione, che mette il mondo femminile al centro. Al centro sono le sue clienti, affinché possano indossare abiti reali e pensati per corpi veri, al centro sono anche le artigiane e le artiste con cui ha collaborato nel corso delle sue collezioni. Ha lavorato con gruppi di artigiani locali dall’Africa al Messico, passando per la Scozia, così come con gli atelier di Dior. La sfilata di alta moda di giugno è stata messa in scena insieme a una selezione di opere concepite dall’artista Faith Ringgold, morta prima che il progetto fosse completato. Le sue opere sono state ricamate dalla Chanakya School of Craft, India, una scuola per donne, contrariamente al fatto che il ricamo è tradizionalmente un’industria dominata dagli uomini in quel paese.

Un atteggiamento maschilista che la designer condanna anche nel mondo della moda occidentale: «I geni sono solo uomini, non dobbiamo dimenticarlo» afferma nell’intervista con ironia che lascia trasparire una certa amarezza di fondo. Lei tuttavia ritiene che la moda sia politica, ma che soprattutto dietro gli abiti ci sia la storia dell’umanità. «Amo questo lavoro, che è davvero in qualche modo antropologico, per capire e imparare anche dal passato. E per riflettere, per capire di più del futuro. Che è femminile»

[📷 IPA]

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