Oggetti ordinari che diventano opere d’arte. Incipit di poesie mai scritte che si trasformano in scritte al neon luminose. Questo e molto altro è racchiuso nella mostra “METAL PANIC” di Marcello Maloberti, che ha trasformato il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea – in un cantiere “in progress” a regola d’arte. La mostra, aperta al pubblico dal 27 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, è curata da Diego Sileo ed è concepita come un libro d’artista che raccoglie e intreccia tutti i temi fondanti della ricerca di Maloberti.
La musa ispiratrice è il centro urbano, un luogo in continuo divenire, da cui emerge un ritratto onirico dell’Italia moderna e degli stereotipi che la caratterizzano. «Ho pensato di parlare di Milano perché il PAC è l’unico spazio di arte contemporanea pubblico della città e ha una storia profondamente legata a essa. È stato il primo museo di arte contemporanea che ho visitato quando frequentavo il liceo artistico», ci ha raccontato in un’intervista. «Milano è una grande protagonista della mostra perché è tutto collegato, a partire dal PAC, che è esso stesso Milano».
Le opere esposte sono spesso rielaborazioni di lavori passati, che si esibiscono su un nuovo palcoscenico, quello del PAC, reinventandosi: come la scritta “CIELO”, rigorosamente ribaltata, che oggi accoglie i visitatori. «È come se fosse il pubblico del cielo a leggere [la scritta, ndr.], e non noi». La tecnica del ribaltamento, che cambia il punto di vista dello spettatore, è ispirata ai lavori dei più grandi maestri. «Ci sono opere, come quelle di Piero Manzoni, che sono più vive che mai. Lo zoccolo del Mondo (“Socle du Monde”), girato al contrario, per me è un fatto filosofico di grande immaginazione. Sono opere così potenti che mi hanno toccato profondamente; il ribaltamento nasce proprio da quel lavoro».
Il segreto di Maloberti sta nel saper trasformare anche gli oggetti più ordinari in opere d’arte, grazie a uno sguardo neorealista e onirico capace di cogliere la bellezza nel quotidiano e reinventare la funzione originaria degli oggetti. «L’arte dà valore agli oggetti apparentemente comuni. L’idea è quella di dare respiro al concetto che anche le cose che si pensano più banali possano rivelarsi le più misteriose e affascinanti». L’ispirazione arriva nei momenti più inaspettati: «Non sono tanto le mie mani, ma sono quelle del mondo che formano il lavoro. Quando, anche sovrappensiero, mi arrivano delle visioni che rimangono, vuol dire che è il momento di concretizzarle».
L’artista, infatti, ha trasformato anche le didascalie in un’opera a sé stante, intitolata “INCIPIT”, dove ciascun titolo rappresenta l’inizio di un libro mai scritto. «Alcune volte la parola ti “abita”. Non sono io a cercarla, ma arriva da sola, anche nei momenti di stanchezza o guardando il paesaggio dal finestrino di un’automobile». È un intreccio di arte e vita che non cade mai nel personalismo. «Anche se lavoro con mia madre e mia nonna, cerco di oggettivare queste visioni». Sono loro le protagoniste di “FAMIGLIA REALE”, una fotografia scattata nel primo studio dell’artista, che cattura lo spettatore con il magnetismo racchiuso negli occhi delle due donne.
«L’arte per me non è solamente qualcosa di vendibile, ma qualcosa da vivere. Il pubblico non è al PAC solo per guardare, ma per attraversare il lavoro», ha detto parlando della sua mostra, un vero e proprio omaggio alle sue radici, il nucleo fondante di tutta la sua produzione artistica.
[📷 © Marcello Maloberti, METAL PANIC, a cura di Diego Sileo. Veduta della mostra PAC Padiglione d’Arte Contemporanea 2024. Foto Andrea Rossetti; Galleria Raffaella Cortese, Milano]