Per gli amanti della moda, Maison Margiela è sempre stata un porto sicuro: un luogo in cui rigore ed eleganza convivevano con una sperimentazione autentica, mai fine a sé stessa. Il DNA del brand, indissolubilmente legato al suo fondatore Martin Margiela, si è costruito proprio su questo equilibrio sottile: una libertà creativa radicale, capace di indagare la decostruzione e il concetto stesso di abito, senza mai cedere alla tentazione della stravaganza gratuita. Anche la palette, storicamente dominata da neri, bianchi e tonalità neutre, contribuiva a rafforzare questa idea di misura e controllo.
L’anonimato scelto da Margiela, che non ha mai voluto mostrarsi in pubblico e diventare dunque spettacolo, non è mai stato un semplice gesto eccentrico, ma una presa di posizione: sottrarre l’autore per lasciare spazio all’opera. Una forma di libertà che si rifletteva pienamente nei suoi capi. Dopo il suo addio alla maison, e l’acquisizione da parte di OTB Group, diversi direttori creativi si sono succeduti alla guida del brand.
Tra questi, John Galliano ha rappresentato un momento di straordinaria sintesi: guardando alle radici della maison e innestandovi il proprio immaginario barocco e teatrale, è riuscito a restituire una visione potente e coerente, culminata nella memorabile collezione Spring/Summer 2024, uno dei vertici più alti della moda recente. Oggi, con l’arrivo di Glenn Martens, enfant prodige capace di rilanciare Diesel trasformandolo in un fenomeno contemporaneo, le aspettative erano inevitabilmente elevate. Tuttavia, ciò che emerge dalle sue prime mosse alla guida di Margiela è una tensione irrisolta tra omaggio e ripetizione.
Il problema non è la volontà di confrontarsi con gli archetipi della maison, operazione comprensibile e, aggiungerei, quasi obbligata, quanto il rischio di una loro traduzione eccessivamente didascalica. Nelle ultime collezioni, infatti, alcuni codici storici sembrano riproposti più come citazione che come evoluzione. Le maschere, ad esempio, potevano apparire come un’intuizione interessante al debutto, ma la loro reiterazione nella recente presentazione in Cina le svuota di forza, trasformandole in un segno ridondante, quasi decorativo. Lo stesso discorso vale per il Bianchetto: un tempo gesto radicale di riappropriazione e anonimizzazione del capo, intervento insieme concettuale, materico ed estetico, oggi rischia di ridursi a superficie. In un contesto in cui il gesto si separa dall’idea e diventa pura performance, perde inevitabilmente di significato. L’attivazione “MaisonMargiela/folders” – con l’esperienza partecipativa che invita il pubblico a verniciare i propri capi e ad apporre i quattro punti iconici – appare emblematica di questo: un’operazione coinvolgente, certo, ma anche profondamente commerciale, che finisce per espropriare il gesto della sua originaria carica critica.
Un destino analogo sembra toccare anche alle Tabi. Nate come riflessione radicale sulla calzatura e sul corpo, oggi sono replicate all’infinito, banalizzate da una diffusione indiscriminata e spesso impropria. Continuare a insistere su questo codice senza rileggerlo rischia di trasformarlo in un semplice feticcio riconoscibile, svuotato della sua portata sovversiva. La questione, allora, non è se sia giusto o meno valorizzare gli elementi fondanti di una maison – lo è, ed è inevitabile – ma COME farlo. Senza un processo di ricontestualizzazione, senza uno scarto interpretativo, il patrimonio si trasforma in repertorio, e il repertorio in maniera. Margiela, più di qualsiasi altro brand, richiede invece uno sguardo capace di tradire per restare fedele: non replicare i codici, ma riattivarli, restituendo loro quella tensione critica che li aveva resi, in origine, necessari.
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