Magazine Cover: le copertine delle riviste che hanno segnato un’epoca

Certe copertine sono per sempre. Parliamo delle cover delle riviste, quelle che hanno segnato un’epoca, che hanno messo a punto un cambiamento sociale, che hanno raccontato un particolare momento storico o culturale, cambiando, talvolta, le regole della comunicazione per sempre. Ma quali sono le copertine più memorabili di sempre?

Partiamo da una cover che ha fatto la storia della moda, sancendo l’inizio di un’era che ha gettato le basi per un linguaggio editoriale come lo conosciamo ancora oggi. Parliamo della prima copertina di Vogue con all’allora neo eletta direttrice Anna Wintour. Era il novembre del 1988 e quella copertina con la sorridente modella Michaela Bercu scandalizzò non poco il fashion system del tempo. Una giovane ragazza scattata con una posa naturale e rilassata, un paio di jeans GUESS e l’iconico maglione con la croce gioiello di Christian Lacroix. Un’immagine molto lontana dall’alterigia patinata di cui la rivista si era fatta portavoce fino a quel momento; quella copertina rivoluzionaria sancì definitivamente l’era Wintour e il suo approccio visionario che a oggi è universalmente riconosciuto da tutti.

Una donna incinta in copertina? Ci ha pensato Vanity Fair nel 1991 con la cover ormai leggendaria che ritraeva l’attrice cult degli anni ’90, Demi Moore, incinta al settimo mese di gravidanza e senza veli. Posando davanti all’obiettivo di una maestra come Annie Leibovitz, Demi aveva aperto le porte a una lunga serie di celebrità che dopo di lei non si fecero più problemi a posare incinte. In un colpo solo quell’immagine ridefinì la bellezza, la sessualità e la rappresentazione pubblica della maternità nel mondo delle celebrità, stabilendo un nuovo paradigma per tutti.

Gli occhi verdi più famosi del mondo? Quelli di Sharbat Gula, l’afghan girl ritratta da Steve McCurry per l’edizione del 1985 del National Geographic. Con il suo sguardo profondo, Gula era una rifugiata afghana di 12 anni in un campo profughi in Pakistan durante l’invasione sovietica. La sua identità rimase sconosciuta per molti anni e la foto divenne un’icona universale del conflitto e della sofferenza dei rifugiati. 

Se si parla di copertine leggendarie, non si può non citare una leggenda della musica e non solo. Stiamo parlando dell’ultima copertina di John Lennon per la rivista Rolling Stone, letteralmente l’addio alla vita del cantante in quanto scattata solo cinque ore prima del suo assassinio. A fotografare Lennon insieme a Yoko Ono, sempre Annie Leibovitz; era l’8 dicembre del 1980 a New York. Entrambi, Ono e Lennon, avrebbero dovuto posare nudi ma la donna alla fine fece un passo indietro e Leibovitz fu costretta a improvvisare. Il risultato? Ugualmente immortale, così come immortale resta il cantante simbolo della musica nel mondo.

“To the Moon and Back” documenta la prima passeggiata lunare della missione Apollo 11, avvenuta tra il 20 e il 21 luglio 1969. Due settimane dopo, sulla copertina di Life vediamo ritratto l’astronauta Buzz Aldrin e, riflesso sul suo casco, Neil Armstrong che scatta la foto. Una copertina che ha un valore inestimabile e che ancora oggi rappresenta un pezzo importante della storia umana: il passaggio dell’uomo sulla luna.

Sempre negli anni ’60, più precisamente nel 1968, era praticamente impensabile ⁠che una donna nera potesse apparire sulla copertina di una rivista. A smentire, fortunatamente, per la prima volta questo stigma razzista, ci pensò la rivista Glamour, che pubblicò una cover con protagonista Katiti Kironde, una ragazza di 18 anni che studiava ad Harvard ed era la figlia di un diplomatico dell’Uganda. Katiti fu la prima donna black ad apparire sulla cover di un magazine e la sua foto, che la vede sorridente e sofisticata, è diventato un simbolo vero e proprio dell’integrazione razziale. Questo è stato il numero di Glamour più venduto della storia.

Una comunicazione essenziale ma di grande impatto quella che scelse il celebre magazine The New Yorker per commemorare il tragico attentato dell’11 settembre 2001. L’immagine creata da Art Spiegelman e Françoise Mouly è asciutta, nel buio si intravedono appena le sagome delle due torri, che sono due spazi neri e vuoti. Venne scelta un’illustrazione e non una fotografia, perché nessuna immagine fotografica sembrava capace di raccontare il vuoto e il dolore lasciati da un evento così drammatico. Un evento che cambiò per sempre le sorti dell’occidente e non solo.

[📷vogue.com] 

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