Si chiama greedflation la forma di aumento dei prezzi che non è dovuta principalmente ai costi di produzione o alla domanda effettiva, ma alla scelta delle aziende di incrementare i prezzi in maniera eccessiva per aumentare i propri margini di profitto. Nel settore del lusso, secondo le analisi di Bernstein riportate da WWD, negli ultimi tre anni l’inflazione dei prezzi è stata “significativamente superiore” alla media storica, attestandosi largamente a due cifre. «Marchi come Chanel hanno guidato questa escalation e la maggior parte li ha seguiti», ha dichiarato la banca, citando un caso emblematico di questo fenomeno, che ha fatto discutere più volte negli ultimi anni.
Oggi il fenomeno sembra rallentare, ma probabilmente non abbastanza velocemente da riconquistare pienamente la fiducia dei consumatori, che negli ultimi tempi hanno visto crescere i prezzi spesso senza un corrispondente aumento del valore dei capi. Di conseguenza, molti hanno cambiato preferenze, optando per marchi percepiti come più equilibrati tra prezzo e qualità: brand come Burberry e Ralph Lauren, ma anche marchi più piccoli come Toteme, Polène e Coach, hanno rapidamente colmato lo spazio lasciato dai grandi marchi europei, registrando una crescita significativa. I prezzi più contenuti e il design soddisfacente stanno conquistando i clienti del lusso disillusi dai grandi marchi, attratti da alternative percepite come più equilibrate tra qualità e costo.
Ad agosto, per esempio, Ralph Lauren ha superato le aspettative del primo trimestre e ha alzato le previsioni per l’intero anno fiscale, con un utile netto in aumento del 30,7% a 220,4 milioni di dollari e ricavi trimestrali cresciuti del 14%, a 1,7 miliardi di dollari. Nel terzo trimestre fiscale, invece, Tapestry – la holding di Coach e Kate Spade – ha superato le stime di utili e vendite, con le vendite di Coach in crescita del 14%, raggiungendo 1,4 miliardi di dollari. Burberry, nel primo trimestre dell’anno fiscale 2025-26, ha contenuto il calo delle vendite rispetto all’anno precedente e ha superato le aspettative: le vendite comparabili sono diminuite solo dell’1%, rispetto al -3% previsto dagli analisti e al -21% dello stesso periodo dell’anno scorso.
Al contrario, i colossi del lusso faticano. LVMH ha registrato un calo dell’utile netto del 22% nel primo semestre, con la divisione moda e pelletteria sotto le attese, mentre Kering ha subito un crollo del 46% dell’utile netto. Nonostante gli aggiustamenti di prezzo e le strategie creative, i grandi marchi dovranno ancora riconquistare i clienti più esigenti. Secondo Bain & Co. e Altagamma, l’interazione con i marchi è rallentata dal 2022, con tassi di engagement sui social in calo fino al 40%, principalmente a causa della “stanchezza dei prezzi” e della creatività stagnante.
[📸 IPA]