Ludovico Di Martino ha molte passioni, ma anche l’impossibilità di stare fermo. Con la mente e anche fisicamente. Peccato che quando lo abbiamo sentito al telefono per questa intervista era a Roma, in ripresa da un infortunio al ginocchio sulle piste da sci. Una bella rottura, diciamolo. Ma paradossalmente questa pausa sfortunata, arriva quasi a rallentare il tempo che lo vede in questo momento sulla cresta dell’onda con il successo della quinta stagione di “Mare fuori”, che lo vede per la prima volta alla regia della serie. Un titolo ormai cult che non è il primo della già lunga esperienza di un regista giovane, ma poliedrico, per niente scontato. Formatosi da ragazzino nel rugby, stava progettando di fare la traversata dello stretto di Messina a nuoto. Professionalmente ha al suo attivo film e serie che lo hanno visto toccare con mano temi per niente banali. Tra cui la terza stagione di “Skam Italia” e la quinta di “Mare fuori”, come dicevamo, certo.
Ma anche film come “La Belva” o “I viaggiatori”, in cui si è fatto riconoscere con la sua impronta. Quello che non conoscevamo noi è la sua spiccata propensione musicale, non soltanto all’ascolto – tra Rolling Stones, La Niña, Daniela Pes -, ma anche con gli strumenti. Chitarra, pianoforte, batteria. Polistrumentista a tutto tondo, anche con strumenti non proprio affini. Almeno per i primi 5 minuti, “poi si svela l’arcano”. L’arte dell’improvvisazione è importante, ma anche quella di saper cogliere gli imprevisti. Come il mestiere da regista, non proprio la sua prima scelta da giovane. Perché? Ludovico Di Martino voleva fare la rockstar, ci dice scherzando. Non è stato così, ma vedendo un po’ quello che sta facendo da regista, siamo sicuri che avrebbe primeggiato anche lì.
Com’è nata la tua passione per la regia?
Nasce in realtà in maniera abbastanza casuale. Perché comunque quando ero piccolo ho sempre suonato, fatto teatro, scritto. Quindi poi a un certo punto è come se tutte queste cose insieme avessero trovato un senso nel ruolo del regista. Perché poi alla fine è un ruolo che di base non sa fare niente, sa fare di tutto un po’ ma poi nel pratico, diciamo, nel dettaglio non sa fare niente. Forse anche un po’ la mia pigrizia mi ha portato a cercare un mestiere che ti permette appunto di approfondire fino a un certo punto gli argomenti. Si tratta più di riconoscere il talento, secondo me, negli altri e farlo fruttare.
Questa capacità ce l’hai un po’ nelle tue corde da sempre? Si coltiva o è innata?
Non lo so, perché poi non è che avevo chissà che passione per il cinema da piccolo. Non sono uno di quelli che sognava di fare regista. Anzi, forse sognavo, ma forse sogno ancora di fare più il musicista. Mi piacerebbe più fare la rockstar che il regista. Se ci fosse la lampada di Aladino forse sceglierei di fare la rockstar (ride, ndr).
Ma che strumento suonavi?
Io ho avuto negli anni una band in cui suonavo le tastiere. Prima suonavo la batteria, ho studiato chitarra, pianoforte. Però so far finta di suonare un sacco di strumenti per i primi cinque minuti, diciamo. Poi si svela l’arcano. Se mi dai una tromba io per cinque minuti faccio finta di saperla suonare. Poi dopo capisci. La batteria mi ha sempre gasato. Dopo aver studiato batteria ho iniziato ad essere molto più bravo ad apprendere tutti gli altri strumenti. Il basso potrebbe essere il mio prossimo acquisto.
Quando è avvenuto il tuo primo contatto con la regia?
È capitato perché appunto giocavo a rugby, fecero un casting per delle figurazioni ai campetti dell’Acquacetosa. Quindi mi sono trovato su un set da rugbista, diciamo, per la prima volta della mia vita. Ed era un film di Enrico Maria Artale, che si chiama “Il terzo tempo”, che era un film sul rugby. Ed era un film del centro sperimentale, quindi lì ho conosciuto dei ragazzi che di base avevano studiato chi recitazione, chi regia, chi sceneggiatura in questa scuola. Io non sapevo nulla, avevo tipo 19 anni, 20 anni. E quindi lì ho detto, cavolo, guardavo il regista sul set e pensavo, questo forse è un mestiere che potrei fare. E ho iniziato a scrivere, ho fatto un corto, ho provato a entrare al centro. E poi da lì è partito tutto.
Ma qual è stato poi il turning point della tua carriera? Quello che ti ha fatto capire che comunque poi quell’idea stava diventando realtà.
Beh in realtà è stato nel lontanissimo ormai 2014. Io avevo 22 anni. Era il primo anno di centro sperimentale, con un gruppo di ragazzi della scuola avevo scritto una sceneggiatura e partimmo d’estate a girare questo film con tipo 35 mila euro, che si chiama “Il Nostro Ultimo”. Che insomma poi a tutti gli effetti oggi è il mio primo film. Completamente autoprodotto, indipendente, girato nel modo più punk possibile. Senza permessi, con la gente che lavorava gratis, con gli attori contattati su Facebook. Però poi questo film ha avuto un fortunato destino. Nel senso che è stato distribuito in giro per l’Italia, sala per sala, andavamo in giro noi proprio a presentarlo, a portarlo nei paesini. Ha fatto dei festival, siamo andati anche in America. Insomma quindi comunque con quel primo film mi sono riuscito a far conoscere poi da, per esempio, Matteo Rovere, che è stato il mio primo produttore o anche da la Cross, dove ho fatto Skam Italia. Quello è stato il mio biglietto da visita a tutti gli effetti che mi ha dato la possibilità di iniziare a fare veramente questo lavoro.
Tu poi chiaramente hai fatto anche altri film come “La Belva”, “I Viaggiatori”, che hanno avuto un ottimo successo. Poi mi citavi Skam Italia e adesso Mare Fuori, Ho visto che hai fatto anche dei video musicali, giusto?
Sì, quella diciamo è la mia passione alla fine. Perché ho molti amici anche nella musica e quando posso mi diverto. Perché il videoclip è proprio una forma di espressione libera, assolutamente svincolata dalle regole. Quindi sì, ho lavorato anche con Marracash, con Anastasio, Mostro, Diodato, che poi sono tutti amici. È una cosa che mi piace. Poi è un lavoro che non ti retribuisce, lo fai veramente come se fosse una specie di hobby. E poi è un modo per me di stare un po’ in contatto con le realtà musicali che appunto mi attraggono.
Per poi, come dire, provare a entrare finalmente diventare la rockstar che sei.
No, no, no… (ride, ndr)
Tra queste dimensioni comunque, mettiamo il cinema, la televisione, il web e anche comunque il mondo musicale visivo: qual è quella in cui ti senti più a tuo agio?
Beh, ovviamente diciamo che pensare, scrivere e realizzare un film, un lungometraggio, rimane comunque la massima forma di espressione che trovo. Nel senso che poi un conto ovviamente è prendere in mano un progetto come “Mare fuori” che esiste da quattro anni, ci sono tutta una serie di mondi, di scelte, di persone che conoscono il progetto meglio di te. E tu stai prendendo in mano una nave, la devi diciamo portare al porto. E invece poi dall’altra parte avere un’idea, un giorno per strada scriverla, svilupparla, riuscire a finanziarla, girarla e poi vederla finita con un pubblico che accoglie questo film. Come qualcosa che prima non c’era e senza di te appunto non ci sarebbe mai stato. Ovviamente è un altro tipo di espressione. Poi devo dire, “Mare fuori” è stata la prima volta che ho fatto solo il regista. Nel senso che ho sempre scritto tutte le cose che giravo ed è bello perché invece poi quando sei solo regista, quindi non hai la responsabilità in qualche modo del testo, lavora solo una parte del tuo cervello e quindi c’è molta più creatività. Ci sono più idee paradossalmente perché sei più svincolato, quindi sei anche più libero.
Quello che ha avvertito il pubblico in “Mare fuori” e anche noi è una sorta di maturità più marcata in questo tuo nuovo corso. Come mai hai scelto questa svolta nella narrazione? Se l’hai voluta nello specifico.
A un certo punto quando mi hanno fatto questa proposta, per me era una cosa assolutamente nuova. Entrare in un progetto, tra l’altro di successo, dove delle cose si erano anche concluse, quindi in qualche modo era rischioso. L’esito non era così semplice da prevedere. Però dall’altra parte Napoli, i protagonisti giovani, il carcere, le loro storie, un racconto così anche intimo, cioè c’erano tante cose. Però forse la cosa più di tutti che mi affascinava è stata proprio l’idea di fare solamente regista e quindi prendere un testo scritto da altri e metterlo in scena. Occuparmi solo della messa in scena. Però ovviamente le corde del racconto sono le corde anche delle cose che scrivo io. Ci sono molte assonanze. Quindi ci ho trovato dentro anche la possibilità di mettere del mio, questo sicuramente mi ha convinto a farlo.
Qual è l’impronta più marcata che hai cercato di dare a questa stagione, rispetto al passato?
Quello che hanno anche un po’ visto tutti, cioè cercare di dare un taglio sicuramente più realistico, e quindi anche un po’ più crudo, ai personaggi e alle storie. Secondo me poi, appunto, si è parlato tanto del realismo, del carcere, ma poi per me è stato anche un lavoro diciamo di ricerca, di ricostruire un realismo anche dei sentimenti. Cioè portare tutto ancora di più sulla Terra, quindi far sentire questi personaggi ancora più vivi, vividi e vicini. Farli parlare anche in modo più reale, farli diventare più veri.
Nelle interviste che hai fatto hai battuto molto sul tema della “verità” in questa quinta stagione. Qual è la verità più grande che emerge dalle puntate di “Mare fuori 5”, secondo te?
Beh, diciamo che il peso della verità che portano proprio i personaggi e quindi riguarda la loro verità. La verità di Micciarella che ha ucciso l’avvocato, la verità di Dobermann che ha iniziato a farsi e ha coperto i due milanesi. La verità appunto di Silvia, della sua innocenza. La verità di Rosa, del padre di Ciro e quindi poi di conseguenza della madre. Cioè in realtà le verità, sarebbe forse più corretto, che vengono a galla. A un certo punto c’è una scena in cui Antonia Truppo, che interpreta la mamma di Rosa Ricci, dice: “La verità fa male, però poi tirarla fuori è l’unico modo per vedere nuovamente la luce”. Questo secondo me è il grande tema della stagione, che però appunto si manifesta con le singole storie dei personaggi e quindi di conseguenza le singole verità che ognuno di loro porta e che ha paura di far venire fuori.
Sei entrato in corsa sia in “Skam Italia” che in “Mare fuori”. Come ti sei trovato nel prendere in mano due titoli così importanti?
Skam è stato più semplice. Nel senso che comunque quando sono venuti da me era ancora una serie che usciva su Timvision, che veniva pubblicata gratuitamente su un sito. Quindi non era ancora su Netflix, era molto conosciuta dai giovani, ma era quasi una serie chicca, una cosa che si spacciavano i ragazzi. Più che qualcosa che entrava nelle case di tutti. E poi con la terza stagione siamo andati su Netflix e lì ha fatto il botto ed è arrivata possiamo dire a tutti. E quindi ha avuto una portata più ampia. Ma poi all’epoca Skam, io l’ho girato nel 2018 quindi avevo 26 anni, ero un pischello, cioè uscito dal centro sperimentale, vengono da te con una roba così figa, te la propongono che fai, non la giri? Cioè, non è che ci sono grandi motivazioni secondo questo.
Ci sono affinità secondo te, trattando comunque in entrambi i casi un universo delicato come quello degli adolescenti, tra “Mare fuori” e “Skam Italia”?
In realtà le cose che diciamo ci sono, le ritrovo anche poi nel resto dei film che ho fatto. I protagonisti giovani… cioè il vero fil rouge è quello. Perché poi stiamo parlando di un’età in cui tutto è amplificato, e quindi qualunque sentimento – l’amore, l’odio, l’invidia, la gelosia, l’amicizia – sono portati allo stremo. Sono vissuti in maniera assolutamente più piena e quindi è quello che accomuna un po’ tutto. Raccontare dei sentimenti nello stato più puro possibile, perché poi appunto l’amore, l’amicizia, l’odio, la gelosia, quando si diventa adulti, vengono filtrati da mille altri comportamenti, che invece a 16, a 17, a 20 anni, oppure a 25 anni è più difficile limitare. E quindi credo che sia questa la risposta.
Il pubblico sta rispondendo alla grande agli episodi della quinta stagione e già pensa alla sesta. Come hai accolto questo affetto e sai dirci di più sul futuro della serie?
Guarda tutto questo affetto, la chiamerei più partecipazione, è veramente bella e disarmante. La verità è che il pubblico giovane è un pubblico che non fa sconti, che riconosce quando qualcosa è stato realizzato con onestà o con benevolenza. O con furbizia. Non si fa problemi a parlare né bene né male di quello che vede. Cosa che invece noi più andiamo avanti con l’età e più vedo che se un film non ci piace, preferiamo non parlarne, no? Ci sono più filtri. Cioè nel senso che capita spesso in Italia che c’è un film: se piace ne parlano tutti, se non piace non ne parla nessuno. Abbiamo un po’ un problema con questo, abbiamo un po’ un problema ad andare su X o anche in televisione a dire “‘Sto film fa schifo” oppure “‘Sto regista è incapace”, “Questo attore non sa recitare”. Invece il pubblico giovane questo filtro non ce l’ha e quindi è molto più interessante. E poi il loro entusiasmo, il loro modo ti dà in qualche modo un contatto con chi vede i tuoi film, le tue serie. Forse questo anche è un po’ cambiato rispetto a dieci anni fa. È una delle cose belle, anche dei social. Rispetto alla sesta stagione di “Mare fuori” purtroppo non ho molto da dirti. Nel senso che non so ancora se la farò io, se la farà qualcun altro. Si sa solo che la faranno. Quindi non posso diciamo dire ancora molto.
Oltre Mare Fuori, ci sono progetti nel tuo futuro o sogni nel cassetto, dopo il recupero per questo “maledetto infortunio”?
Sì, ne ho diversi. Alcuni diciamo in stato più avanzato, altri in stato primordiale. Però insomma sono sempre all’opera di nuove creature. In teoria l’anno prossimo dovrei già girare un altro film, che è un po’ che ci lavoro.
Quindi sei in fase di preparazione, diciamo.
Sono in fase di pre-preparazione. La chiamano così, che poi detto in gergo è la preparazione non pagata (ride, ndr).
Visto il rapporto tuo e di “Mare Fuori” con la musica, qual è la tua colonna sonora?
È una domanda che avrei odiato se non avessi avuto una risposta. Ma in realtà ce l’ho. Vabbè ce ne sono diverse, però se c’è proprio un brano è “Gimme Shelter” dei Rolling Stones. Per me sono il bene più assoluto, tutta la loro musica, anche i dischi più recenti. Cioè anche “Hackney Diamonds” a me è piaciuto e mi ha fatto stare bene. Però sì, se potessi scegliere effettivamente vorrei sentire questa… Anche perché è una di quelle che poi, vabbè, Scorsese l’ha usata 3-4 volte nei suoi film, quindi c’è proprio un binomio cinema e musica che si porta dietro quel brano. E poi vabbè il significato. Anche perché è proprio bella la parola “Shelter”. Dammi un rifugio, un posto tranquillo.
[📸 Courtesy of Ludovico Di Martino]